It was 8 a.m. this morning and I was reading The New York Times when it broke the news of an ongoing military operation in Venezuela. I had no doubts from the very first moment: it was the Americans.

A few weeks ago, I wrote an article about extrajudicial actions, (link  EXTRA-JUDICIAL KILLINGS) noting that the deployment of forces did not point to an operation against drug trafficking, but rather to an action directed at a country itself.

I have no intention of forgetting—or defending—the current Venezuelan regime, but hearing Trump say today, “we will run Venezuela,” made me stop and reflect on what is REALLY going on ….

There is a moment, in every geopolitical confrontation, when the official narrative becomes too thin to hide the real motive. The recent U.S. strike against Venezuela — limited, targeted, and wrapped in the language of “security” — belongs to that category. It was not about democracy. It was not about human rights. And it certainly was not about sudden moral outrage. It was about resources. Old-fashioned, geological, stubbornly physical resources.

Venezuela sits on one of the largest proven oil reserves on the planet, concentrated mainly in the Orinoco Belt. Add to that gas, gold, coltan, rare earths, and strategic geography in the Caribbean, and the picture becomes clearer. For decades, Venezuela has been less a failed state than a contested warehouse — mismanaged internally, but relentlessly eyed from outside.

The strike itself — whose details remain deliberately opaque — fits a familiar pattern. Precision over scale. Message over destruction. A reminder, more than an invasion. It signals to Caracas, to allies, and to markets that the United States is willing to move from sanctions and financial strangulation to calibrated force when strategic patience runs out. This is not regime change by shock and awe; it is leverage through controlled escalation.

Washington’s language, as always, speaks of stability and protection. Yet history suggests another reading. From Iraq to Libya, from Iran’s sanctions to the quiet militarization of shipping lanes, access to energy has rarely been a secondary concern. Venezuela’s oil, heavy and expensive to refine, remains nonetheless indispensable in a world where energy transitions talk loudly but fossil fuels still pay the bills.

At the center of this struggle stands PDVSA, the national oil company, once a symbol of national pride, now a hollowed-out giant weakened by corruption, sanctions, and brain drain. Its decay is not accidental collateral damage; it is strategic. A weakened PDVSA makes future “partnerships,” restructurings, and external control not only possible but inevitable. When institutions collapse, ownership becomes negotiable.

What is striking is the timing. As global energy markets tighten, as China and Russia deepen their presence in Latin America, and as Europe quietly looks elsewhere for supply security, Venezuela becomes once again relevant. Not as a pariah, but as a prize. The strike, in this sense, is less about Caracas and more about Beijing and Moscow — a reminder that the Western Hemisphere is still considered a zone of influence, not an open market.

From a distance — and this is where the vitavissuta lens matters — Venezuela looks like many places I have seen over the years: rich land, poor people, and power hovering just offshore. Ordinary Venezuelans will not gain cheaper fuel, better food, or safer streets from this escalation. They will gain uncertainty. And uncertainty, unlike oil, cannot be refined or exported.

This is not a clash of values. It is a clash of interests, staged with moral subtitles. The strike tells us something uncomfortable but familiar: in the global order, sovereignty weakens when resources grow valuable. And Venezuela, for all its internal failures, is once again paying the price of being rich in the wrong things.

 

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Traduzione a cura della Redazione di NOC Sensei

Erano le 8 di questa mattina e stavo leggendo il New York Times quando ha dato la notizia di un’operazione militare in corso in Venezuela. Non ho avuto dubbi fin dal primo momento: erano gli americani.

Qualche settimana fa ho scritto un articolo sulle azioni extragiudiziali (link ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI), osservando che lo spiegamento di forze non indicava un’operazione contro il narcotraffico, ma piuttosto un’azione diretta contro un Paese stesso.

Non ho intenzione di dimenticare – o difendere – l’attuale regime venezuelano, ma sentire Trump dire oggi “Governeremo il Venezuela” mi ha fatto fermare e riflettere su cosa sta REALMENTE succedendo…

C’è un momento, in ogni confronto geopolitico, in cui la narrazione ufficiale diventa troppo debole per nascondere il vero movente. Il recente attacco statunitense contro il Venezuela – limitato, mirato e avvolto nel linguaggio della “sicurezza” – appartiene a questa categoria. Non riguardava la democrazia. Non riguardava i diritti umani. E certamente non riguardava un’improvvisa indignazione morale. Si trattava di risorse. Risorse antiquate, geologiche, ostinatamente fisiche.

Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve petrolifere accertate del pianeta, concentrate principalmente nella Cintura dell’Orinoco. Aggiungete a ciò gas, oro, coltan, terre rare e la geografia strategica dei Caraibi, e il quadro diventa più chiaro. Per decenni, il Venezuela è stato più un deposito conteso che uno stato fallito, mal gestito internamente ma costantemente monitorato dall’esterno.

L’attacco in sé, i cui dettagli rimangono volutamente opachi, segue uno schema familiare. Precisione sulla scala. Messaggio sulla distruzione. Un promemoria, più che un’invasione. Segnala a Caracas, agli alleati e ai mercati che gli Stati Uniti sono disposti a passare dalle sanzioni e dallo strangolamento finanziario alla forza calibrata quando la pazienza strategica si esaurirà. Non si tratta di un cambio di regime tramite shock e timore reverenziale; si tratta di un’escalation controllata.

Il linguaggio di Washington, come sempre, parla di stabilità e protezione. Eppure la storia suggerisce un’altra lettura. Dall’Iraq alla Libia, dalle sanzioni iraniane alla silenziosa militarizzazione delle rotte marittime, l’accesso all’energia è raramente stato una preoccupazione secondaria. Il petrolio venezuelano, pesante e costoso da raffinare, rimane comunque indispensabile in un mondo in cui le transizioni energetiche fanno sentire la loro voce, ma i combustibili fossili continuano a pagare i conti.

Al centro di questa lotta c’è la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, un tempo simbolo di orgoglio nazionale, ora un gigante svuotato, indebolito dalla corruzione, dalle sanzioni e dalla fuga di cervelli. Il suo decadimento non è un danno collaterale accidentale; è strategico. Una PDVSA indebolita rende future “partnership”, ristrutturazioni e controllo esterno non solo possibili, ma inevitabili. Quando le istituzioni crollano, la proprietà diventa negoziabile.

Ciò che colpisce è la tempistica. Mentre i mercati energetici globali si restringono, mentre Cina e Russia rafforzano la loro presenza in America Latina e mentre l’Europa cerca silenziosamente altrove la sicurezza degli approvvigionamenti, il Venezuela torna ad essere rilevante. Non come un paria, ma come un premio. Lo sciopero, in questo senso, riguarda meno Caracas e più Pechino e Mosca – un promemoria del fatto che l’emisfero occidentale è ancora considerato una zona di influenza, non un mercato aperto.

Da lontano – ed è qui che entra in gioco la lente della vitavissuta – il Venezuela assomiglia a molti luoghi che ho visto nel corso degli anni: terra fertile, gente povera e potere che aleggia appena al largo. I venezuelani comuni non otterranno carburante più economico, cibo migliore o strade più sicure da questa escalation. Otterranno incertezza. E l’incertezza, a differenza del petrolio, non può essere raffinata o esportata.

Questo non è uno scontro di valori. È uno scontro di interessi, inscenato con sottotitoli morali. Lo sciopero ci dice qualcosa di scomodo ma familiare: nell’ordine globale, la sovranità si indebolisce quando le risorse aumentano di valore. E il Venezuela, nonostante tutti i suoi fallimenti interni, sta ancora una volta pagando il prezzo di essere ricco delle cose sbagliate.

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