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Naplavka

Mau, you walk way too fast for me”, mi dice Janka, quando siamo arrivati sulle banchine della Vltava, dopo aver girovagato per quasi un’ora nel quartiere ebraico, ed aver evitato la perte più turistica di Praga, a favore di un bellissimo sabato mattina di sole. Mentre rallento un passo da Gelindo Bordin, e tento di muovermi dove l’ombra protegga la pelata da un’estate eccezionalmente calda anche in Czechia, comincio a vedere i River Banks, subito dopo il ponte che porta al castello, punteggiato da statue e turisti.

Mi piace questa parte della città: ci sono venuto Giovedì sera, appena atterrato da Istanbul, per un boccone e una (doverosa) Birra con un amico che si è appena trasferito qui. Tornarci stamani, con l’idea di muovermi tra gli stalli di Naplavka con una Signora Tedesca in mano, è una cosa che mi mette di buon umore. Soprattutto, e lo so che iniziare una frase con questo avverbio è un crimine, dopo aver reso omaggio ieri sera alla religione della Pilsner Urquell, e della carne di maiale, insaporita da dosi di aglio e cipolle che rendono la mia socialità paragonabile al Logaritmo di zero. La necessità di camminare si muove dal congiuntivo esortativo all’imperativo, che gli studi di Latino al Liceo qualche cicatrice l’hanno lasciata.

Naplavka è qualcosa che sa di vero. Potremmo tradurlo con un “mercato a chilometro zero” nella nostra lingua, e rappresenta, in una città assediata dal turismo durante il weekend, uno spazio dove il melting pot umano si integra con spettacolare continuità.

Suggerisco un itinerario a due coppie di californiani che non si districano su google map, commento il vestito particolarmente audace di una ragazza locale, che fa delle proprie ghiandole mammarie un vanto quasi esclusivo, e sorride alle mie parole, tento di comprendere i pregi di una birra di montagna, che Janka mi invita a provare malgrado siano solo le 11 di mattina, e sorrido alla Zenit che viene messa in vendita in una bancarella, accompagnata dal commento del proprietario che questa sia la migliore macchina a pellicola tutt’ora prodotta, e che per 15 euro me la posso portare a casa.

La mia risposta “Sorry, I’m a Leica-religion monk, not allowed to touch any other camera”, viene presa con la consueta, totale, assenza di umorismo dei locali.

Scatto una decina di immagini, facendomi cullare dalla semplice immediatezza della Q2, dove tutto risulta facile e il 28mm ti costringe a “fare un passo in più” (cito Ryu, che troppo spesso ha ragione). Alle 16 ho in programma di appoggiare il mio fondoschiena, per 6 ore e 45 minuti come dice il piano di volo, in un sigaro volante, per tornare nel Paese dei Castelli di Sabbia, dove mi aspetta la canicola estiva che fa l’equilibrista sull’orlo dei 50° gradi. Caldo trovo si direbbe dalle mie parti.

Mi viene in mente Kafka, nelle Lettere a Milena, quando parla di anima e di passioni:

Non piegarla; non annacquarla; non cercare di farla sembrare logica; non cambiare la tua propria anima seguendo la moda. Piuttosto, segui spietatamente le tue più intense ossessioni.”

Foto? Praga in Leica Q2, stamani.

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