Ho perso il conto dei miei traslochi, sia del loro numero, sia dei paesi dove li abbia fatti, sia della loro magnitudo in termini di troiaio.

“Trasloco ergo sum” potrebbe essere il prossimo inchiostro che mi segna la pelle: ricordo solo Spagna e US, Dubai-I e Dubai-II, Moscow, Singapore, Abu Dhabi-I e Abu-Dhabi-II, e la scorsa settimana Dubai-III. Il tutto intervallato da presenze più o meno continuative in Italia, e 4 differenti case in cui ho abitato a Milano, un paio in montagna, e una a Genova. Ce ne sono altri, e soprattutto almeno un centinaio di check-in/out in camere di albergo ogni anno, per gli scorsi 40 anni, che possono essere definiti come mini-relocation ogni volta.

Mi illudo nel definirmi un “nomade minimalista”.

Minimalista un cazzo invece, quando cominci a svuotare armadi e scatole, e ti scopri un “minchione accumulatore”, spesso di oggetti a scarsa utilità, visto che te li sei dimenticati da tempo, oppure frutto dell’illusione che tu debba stabilmente abitare in un dato posto e contesto per l’eternità, e quindi ti costruisci una camera oscura quando fai fatica a scattare un rullino ogni due mesi, dimenticando che a Singapore te lo sviluppano perfettamente in 2 ore, o acquisti il necessario per impiantare un’industria di trasformazione alimentare quando invece in cucina ci passi pochi minuti al giorno, ammesso che tu non sia in qualche altra parte del mondo come invece chiaramente ti dice il tuo scheduling.

Riesci a fatica a fare 5 ore di sport alla settimana, ma hai una serie di completi d’allenamento per qualsiasi disciplina, incluse pagaie in carbonio per il SUP e Dragon Boating, e 12 paia di occhialini da nuoto, visto che continui a dimenticarteli e a ricomprarli. Hai spesso di viaggiare in Russia da almeno 3 anni, ma hai una serie di maglioni e pile che ti permetterebbero di sopravvivere stagioni intere in Alaska, dimenticando che vivi tra i Tropici e l’Equatore, e il posto più “freddo” che frequenti è il South Africa con rare temperature minime a 15 gradi.

L’upside di tutto questo è che ormai ho un’insensibilità emozionale nello spostarmi, e un contenimento dello stress a un livello molto prossimo a zero. I servizi di “movers” sono eccellenti in paesi come gli United Arab Emirates dove gli expatried sono forti maggioranze, e pattuglie organizzate ti smontano-rimontano casa con una precisione da esercito di Sparta. Se escludi che la maggioranza delle interazioni sono in una lingua franca, brodo fonetico dove l’inglese fa da prezzemolo in una zuppa di hurdu, indi, arabo e filippino, grossa parte dei problemi sono dati in outsourcing.

La burocrazia di cancellare servizi e utenze e l’illusione di recuperare i depositi cauzionali, fa parte del continuum: inutile incazzarsi quando scopri che, in un mercato di protettivo monopolio, le “disconnection fees” ti mangiano le centinaia di dollari che ti avevano chiesto sull’unghia, e in un’economia cashless, guarda caso i pochi spiccioli rimasti te li restituiscono solo se ti presenti di persona, nel posto più lontano possibile: inutile incazzarsi, ci sono zero possibilità di successo.

Domenica scorsa ho affrontato il tutto: atterrato all’1 di mattina, ero a casa per le 3. Sveglia alle 4 e, fresco come un crisantemo, ho cominciato a impacchettare le Signore Tedesche a Telemetro e i loro vetri (quelle me le trasporto io), e l’abbigliamento.

Alle 7 mi è arrivata la classica telefonata “Sir, are you there?“: inutile tentare un’esegesi ontologica, e rimarcare il fatto che “Io sono” da Hegel in poi rappresenta una ferma verità dialettica, indipendentemente dal fatto che il “there” sia un ovunque nel mondo. Sono i “movers”, i Guerrieri del Trasloco, che ti avvisano del loro approssimarsi, che ti rispondono sempre “we are on the way” quando gli chiedi dove cazzo siano e quando pensino di arrivare.

Per le 11 l’appartamento di Abu Dhabi dove ho passato attimi negli ultimi 5 anni di vita era vuoto.

A Dubai piove per circa 6 ore ogni anno, ovvio che nel giorno del mio trasloco siano caduti 14cm di pioggia in 2 ore di ciclone: aspettavo poi le cavallette e l’acqua del creek che si tingesse di rosso, per continuare con le piaghe inferte, ma l’impatto sulla logistica è stato quasi nullo, se si esclude un paio d’ore di ritardo nell’arrivo del mezzo e della squadra che mi doveva “rimontare” l’esistenza in questo nuovo spazio, 46 piani lontano da terra, a metà strada tra il Burj Kalifa e le Emirates Towers, a pochi passi dal “Museo del Futuro” che, con il suo ciambellone lucente, aprirà tra pochi mesi.

Per mezzanotte avevo finito. L’Apple Watch mi dice che ho camminato una mezza maratona (21km) tra scatoloni, nei percorsi tra camera da letto e living room.

Collassato, svegliato la mattina dopo, nuotato nella nuova piscina, ripreso un aereo, sono in Asia adesso. “Life goes on, as move goes on”: se passate dall’Emirato Cicala, buttate un’occhiata a sinistra mentre vi dirigete verso le aree sociali di Down Town e Marina, io sono nell’unico palazzo disposto in modo non ortogonale, a chiara dimostrazione di scelte anticonformiste.

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