L’Ontologia del marciapiede

Non bisogna fare l’errore di applicare dei concetti, o peggio degli stereotipi, della nostra cultura e della nostra tradizione a società diverse, che magari si sono evolute in modo parallelo, ma tridimensionalmente diverso.

Un esempio? La nostra convenzione linguistica “marciapiede” indica qualcosa di definito, e allocato alla circolazione di pedoni ai lati delle strade carrabili, al netto di qualche maleducato che lo occupa per parcheggiare il suo veicolo.

I marciapiedi sono qualcosa di differente qui in Vietnam. Sono spazi destinati a tutto tranne che al camminarci sopra, trovando riparo dal traffico totalmente illogico che sto trovando ad Hanoi stasera. I marciapiedi vietnamiti sono spazi sociali, sono luoghi di lavoro, botteghe, salotti, parcheggi per i milioni di motorini. Sono essenze, entità, presenze nel continuum della città, sono tutto tranne che un posto dove il pedone possa trovare una sua dimensione e tranquillità.

Il marciapiede è l’appendice della caffetteria dove vi servono del fantastico egg-coffee. È il salotto di casa, dove si invitano gli amici per due chiacchiere e una buona birretta. Il marciapiede è il temporary store della moltitudine di persone che girano con biciclette, carretti, motorini, e aprono al pubblico il loro metro quadro di servizi. È bottega per costruire, smontare, riparare, cannibalizzare e riciclare qualsiasi cosa. Il marciapiede è spazio per i motorini, dove questi si riproducono a folle velocità, andando a intasare qualsiasi spazio.

 

 

Avendo precluso quindi il marciapiede (e vi rimando alle immagini di questo articolo per capire le mie frasi precedenti), con l’esperienza di chi da queste parti qualche scampagnata ce l’ha fatta, ho affrontato la mia prima giornata in una Hanoi insolitamente fredda, con una disperata fiducia, riposta nella capacità di chi qui guida, di evitarmi.

Qualsiasi indicazione semaforica, stop, precedenza o passaggio pedonale hanno qui una valenza pari a zero: il codice della strada è un orpello estetico in totale disuso, come il senso unico, abbandonato a fronte di un maturo pluralismo della propria direzione.

Attraverso la strada cercando un contatto visivo con i proiettili su due, tre, quattro o più ruote e assi, e mantengo un moto rettilineo costante che, fosse ancora vivo, Galileo Galilei mi userebbe invece del piano in marmo. I motorini che mi arrivano troppo vicino vengono intercettati con un braccio alzato nella loro direzione, e una mia occhiata che sta a significare “spero tu abbia un buon dentista, se decidi di schiantarti contro di me”.

Sono qui per qualche giorno, prima di andare a cercare la mia curiosità nelle regioni del nord, con uno zaino in spalla: stay tuned, more coming!

 

 

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