Little India லிட்டில் இந்தியா

Little India, la storica enclave etnica assegnata dal Piano Regolatore di Raffles nei primi decenni del 1800, mantiene ancora oggi una forte connotazione culturale e culinaria. Percorrendo la Serrangon Rd, lasciandoci alle spalle il Rochor Canal, le vie laterali subito dopo il Tekka Market, sono un caleidoscopio di colori, e mescolando le fedi Indù, il Buddhismo e l’Islam, fonde un’attitudine al commercio che rende veramente viva e pulsante questa parte di Singapore.

Prima tappa obbligata è il Tekka Center, col suo wet-market, il più grande di Singapore. Qui, nei primi anni del 1900, proprio a fianco nell’area vicino al Rochor Canal, sorgeva il macello dei bufali: in lingua Malay “Kandang Kerbau”, “La pena del bufalo“. La traslitterazione inglese e slang lo trasformava poi in “Tek Kia Kha” (“The K-K”, dalla sigla del macello), oggi diventato “Tekka Market”.

La Food Court è oggi, domenica, strapiena: il brodo di culture e nazionalità, che si intersecano con le cucine dei piccoli stalli, riempie l’aria di fonemi e sapori. Io mi sono invece lasciato tentare da un pasto al Kamala Vilas, storico posto che propone la cucina del sud dell’India.

Mi hanno portato una Masala Dosai, una sorta di crépe arrotolata a tubo, servita su una foglia assieme a una pietanza a base di spinaci, una con melanzane, patate e fagiolini, e una terza della quale mi son fatto ripetere il nome quattro volte, e dopo averlo tradotto come “cacca di elefante” ho smesso di chiedere. Sei differenti salse completavano il pasto, consumato ovviamente con le mani.

Le restrizioni Covid, che hanno mantenuta chiusa la frontiera con la Malesia, hanno drasticamente ridotto il numero di migranti presenti a Singapore, e sono le attività commerciali più povere che ne hanno sentito il forte contraccolpo. Il mercato gira a ritmo ridotto, con almeno un terzo degli stalli chiusi. La merce sui banchi è sensibilmente diminuita, e i corridoi, dove normalmente si fatica a passare, oggi sono decisamente più vuoti.

Ovunque regna sovrano il coltello chinese. Il “Coltello da Cuoco Chinese” (Chinese Chef’s Knife) è una sorta di mannaia: un corpo rettangolare in metallo, innestato su corto manico, solitamente rotondo, ma qui si fermano le similitudini.

Realizzato solitamente in acciaio temprato, è il classico strumento ulti-uso che è facile trovare nelle cucine in China, Viet Nam, Cambodia ma poi ha seguito i flussi delle migrazioni Asiatiche e oggi non c’è mercato o ristorante nell’Estremo Oriente dove non ne trovate uno. Sfiletta, affetta, taglia, macina, batte e raccoglie (usandolo come paletta) qualsiasi cosa sia o meno commestibile: dalle verdure al pesce, alla carne. Il manico viene anche usato come mestolo nel wok. Ho provato a usarlo nelle mie preparazione, e in effetti con un po’ di pratica si riesce a ottenere un po’ di tutto.

Mi perdo tra le vie, dopo aver sostato un po’ nella fila di negozi che vendono oro, per scroccare la loro aria condizionata, capace di raffrescare anche marciapiede e la strada di fronte. La passione dell’Indiano per l’oro, giallo, e portato vistosamente, è un qualcosa di bellissimo: convinti sia un amuleto che inviti alla salute, e un chiaro segno di status, ci saranno lamento 30 negozi in fila che lo propongono, nelle fattezze più complesse e prezzato a peso, col fixing quotidiano.

Riemergo in Race Course Rd, teatro nel 2013 di ore di scontri, innescati da un incidente stradale e dall’abbondanza di alcohol, poi bandito alla vendita nella zona per anni. Un lavorante Tamil, ubriaco, era stato investito da un autobus, e questo aveva generato atti di violenza per oltre due ore, con una sassaiola di bottiglie (che poi, una “sassaiola” di bottiglie, potrebbe essere una “bottigliola”?), e auto della polizia date alle fiamme.

L’intervento delle forze speciali, e di un battaglione di Gurkha riportò la calma, con il risultato di una quarantina di arresti. Era dal 1969 che non accadeva nulla del genere a Singapore, dove l’integrazione e il rispetto sono una filosofia di vita.

Entro nella Shopping Arcade, dove una volta lavorava Jack, il mio spacciatore di pashmina, che conoscevo da oltre 35 anni, quando facevo le mie prime scappate in Asia. La sua passione per il whiskey (il soprannome derivava da “Jack Daniels”), e la capacità di fumarsi dai 3 ai 4 pacchetti di Marlboro al giorno, lo hanno fatto trapassare qualche anno fa.

Qui tutto è chiuso e deserto, se si esclude la coda per le ATM, i bancomat: buffo che in un mondo totalmente cashless (a Singapore pago qualsiasi cosa con il mio Apple Watch), l’abitudine indiana per la carta moneta sia impossibile da sradicare.

La polo che indosso ormai ha virato al rosso scuro, tempo per e e per la Signora Tedesca a Telemetro di tornare nella “casa” che mi sta ospitando per i mesi che passerò qui nella città stato, prima di proseguire per la China.

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