Posizionato dietro il Museo Nazionale, il Parco di Platzpiz, è l’estremità nord di un lembo di terra, tagliato a destra dal fiume Limmat, e a sinistra dallo Sial, e più recentemente anche dal canale Shwarzengraben (e la lotta col correttore automatico qui è stata impari, quindi beccatevelo come mi sta venendo scritto). Usato sin dal tardo Medioevo come terreno di caccia, nel 18esimo secolo ha visto un fiorire di architettura barocca, mentre Zurigo si affermava urbanisticamente nella città che oggi vediamo.

Si, sono a Zurigo, in un lungo percorso che dovrebbe portare me, e la Signora Tedesca a Telemetro, a Shanghai domenica notte, sfruttando ormai una delle pochissime rotte ancora aperte per la China. La Svizzera è in lockdown, e dovendo fare tutti i test medici prima di imbarcarmi, passo 5 giorni nella ridente cittadina elvetica.

Quando mi son affacciato dalla finestra della camera, quelle strane sinapsi che abitano tra le mie orecchie hanno virato verso la musica, come succede sempre più spesso, cosa che la dice lunga sulla mia socialità esplosiva che potremmo definire come eremitica.

 

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I don’t know just where I’m going, But I’m gonna try for the kingdom, if I can


’Cause it makes me feel like I’m a man, I put a spike into my vein

And I’ll tell ya, things aren’t quite the same, When I’m rushing on my run


And I feel just like Jesus’ son, And I guess that I just don’t know


And I guess that I just don’t know, I have made the big decision


I’m gonna try to nullify my life, ‘Cause when the blood begins to flow


When it shoots up the dropper’s neck, When I’m closing in on death

 

Uno dei brani più controversi dei Velvet Underground, guidati dalla poesia e dalla melodia di Lou Reed (andatevi a leggere – sul mio blog – quando l’ho incontrato con una Leica in mano fuori dall’Opera House di Sydney): il sottile trasformismo che caratterizza l’ecletticità dei testi, assieme ad un esteso uso di eroina da parte di alcuni dei componenti della band, ha sempre acceso un dibattito tra chi legge la canzone come una condanna, e chi invece ne vede una glorificazione. Il brano ve lo linko sotto, perché temo molti non abbiano idea di cosa io stia parlando

 

 

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Ma vediamo invece cosa ha fatto scattare questa molla: dall’inizio degli anni ‘80 il parco era frequentato assiduamente da tossici e spacciatori, e i tentativi della polizia di reprimere il problema, non facevano altro che creare il principio dei vasi comunicanti, facendo spostare il traffico in altre zone della città. Con una decisione discutibile, che definirei la via Svizzera all’esperienza Olandese, nel 1987 le autorità elvetiche definirono Platzpiz Park “zona franca”, dove la polizia non poteva intervenire.

Supportato anche dalla distribuzione gratuita di siringhe, per arginare la diffusione dell’AIDS, l’idea era quella di creare un contenitore dove tenere il problema, in una sorta di convinzione do-tu-des che arginasse criminalità e degrado. Grossa minchiata.

Durante i 5 anni nel quale Il Niddle Park, come fu ribattezzato, è stato attivo, spacciatori da tutta Europa vi si riversarono, creando un girone infernale dove oltre 1,000 tossicodipendenti erano in balia dei loro padroni chimici, con un numero di overdosi impressionante, oltre a un tappeto di siringhe costantemente presente in qualsiasi stagione, che dava proprio il nome al parco.

Nel 1992 la cosa, chiaramente sfuggita di mano, venne risolta con un massiccio intervento della polizia, e complice anche la domanda più rivolta verso altri paradisi artificiali meno cruenti, ma altrettanto devastanti, il parco fu riportato a quello che vediamo oggi, anche se, la memoria torna sempre. Sono passato di qui quando avevo 20 anni, nel 1979, stazionando da un’amica che aveva una mini soffitta adibita ad intimo appartamento, ma il ricordo che ho mantenuto è stato non quello della fanciulla, ma del concerto e del mio incontro con Frank Zappa: questo potrei raccontarlo un’altra volta.

Ho seguito gli avvenimenti di ieri notte a Washington, con l’orrore di vedere una delle più storiche democrazie attaccata dal suo stesso rappresentante: non mi ha sorpreso, ma forse aiuterà a chiudere per sempre un periodo non certo “controverso”, ma drammatico nella sua feroce auto-consacrazione a base di fake news. It’s over (spero), ma trovare uno sticker che leggo come “FUCK NAZIS” mi fa solo piacere.

Eccovi il brano ….

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