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Il rapporto con la roccia e’ intimo.

Le tue mani, i tuoi piedi, il tuo sudore. E la tua testa, che comanda i muscoli e controlla la via, cercando nel liscio della parete i punti dove il complesso di leve possono portare il tuo peso verso l’alto.

Poi c’e’ il tuo compagno giù. Tiene in mano il tuo cordone ombelicale con la vita, la corda che passa nel gri-gri (il dispositivo di frenata assistita), e ti protegge dagli errori che in questo sport si possono pagare con la vita.

Paul Preuss e’ stato il profeta dell’arrampicata sportiva. Nel contesto della fine dell’800 dove la moda della conquista portava gli scalatori ad aggredire le montagne con ogni mezzo tecnico, sosteneva la libertà’ dello stile:

Non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, bisogna essere superiori a esse.
La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà che egli affronta in salita.
L’impiego di mezzi artificiali trova giustificazione solo in caso di pericolo incombente.
Il chiodo da roccia deve essere un rimedio di emergenza, e non il fondamento del proprio sistema di arrampicata.
La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per effettuare una scalata.
Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità.

Paul e’ morto arrampicando, da solo come sempre e senza corda di sicurezza, portando sempre all’estremo la sua idea di roccia.

Foto? Sottosassa, a due passi da Predazzo, sotto Bellamonte: una falesia dove ci si diverte, rispettando sia la roccia che la sicurezza…

 

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