Stamane ho risalito Joo Chiat Road, a partire dall’incrocio con la Mountbatten, su fino a perdermi dentro il Geylang Seray Malay Market, avvolto dai colori che qui sanno soprattutto di Malesia e Indonesia, per la forte presenza di queste immigrati nella zona. Sono a Katong, il quartiere di Singapore che una volta era famoso per le piantagioni di cocco e per l’ insediamento della comunità Peranakans.

Gruppo etnico che affonda le sue radici nel sud della China, i Peranakans cominciarono nel 1400 a colonizzare la penisola Malese, Singapore, Indonesia e Borneo, chiamando questa regione Nusantra. Una forte integrazione con le comunità locali, con lo sviluppo di una cultura e una lingua miste (una sorta di creolo asiatico), ha contribuito a dissipare la maggior parte delle loro identità storiche: ci rimane – soprattutto qui a Katong – una vibrate testimonianza soprattutto nelle tipiche case, che in questa zona di singapore sono conservate in modo spettacolare.

Mercanti istruiti, con una capacità di abbracciare culture e lingue diverse, l’etnia Peranakans era anche curiosamente chiamata, qui a Singapore e in Malaysia, i Baba-Nyonya: so che c’è solo assonanza fonetica con Babylonia, ma mi piace pensare sia un segnale storico del melting-pot che questa gente si portava dietro.

 

 

Chew Joo Chiat era uno di loro, uno dei discendenti dei Peranakans, e nei primi del 1900 acquistò grossa parte dei terreni di quest’area, da destinare alle coltivazioni. Quando la Municipalità decise di costruire un collegamento tra la Geylang Road e la spiaggia, chiese a Chew di poter acquistare la carrareccia che attraversava i suoi campi.

L’intelligenza da mercante gli fece immediatamente capire le potenzialità di sviluppo nell’ avere una delle (all’epoca) principali vie di comunicazione che attraversasse la sua proprietà. Chew regalò alla Municipalità la strada, che a riconoscenza gliela intitolò. Così facendo, divenne così ancora più ricco, passando da coltivatore a proprietario di quello che sarebbe diventato uno dei lotti di terreno più ambiti ed esclusivi di Singapore.

Oggi quella strada porta il suo nome, ed è tuttora uno spettacolo architettonico-commerciale, anche se le restrizioni del Covid hanno colpito la vita sociale che qui prima era estremamente attiva, con molteplici bar, ristoranti, negozi e bordelli assortiti. Nel 2011 tutta quest’area è stata nominata Singapore Heritage, con l’obbligo di protezione e conservazione, in omaggio alla cultura Peranakans

 

 

Termino la camminata nel Geylang Seray Malay Market, uno dei wet-markets più frequentati dell’isola, con L’ annessa food-court e dry-market al piano superiore, sotto un ampio tetto a pagoda con enormi pale ventilatori, che mantengono una temperatura accettabile.

Il divieto di consumare cibo e bevande sul posto, per limitare la diffusione del virus, rende semideserto lo spazio: quando ci sono passato l’ultima volta, quasi un paio d’anni fa, il sabato mattina era impossibile muoversi. I piatti che le decine di stalli propongono (per l’asportazione) sono quelli tipici della cucina Malay: Asam pedas stingray (uno spezzatino agrodolce), beef rendang (manzo cotto nel latte di cocco e spezie) e goreng pisang (frittelle di banana).

La Signora Tedesca a Telemetro mi fa compagnia, oggi con un paio di vetri diversi, e non si incazza quando ci grondo il sudore sopra: è sempre bellissima la disponibilità della gente a farsi fotografare, con un sorriso, un gesto a chiedere il permesso, o con il classico saluto a mani giunte come ringraziamento.

 

 

 

 

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