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Joao Ferreira

Maourisiou, la macchina è pronta se vuoi che andiamo a mangiare il bacalhau“, mi dice il collega che vive qui, a Luanda, guardando bene dal pronunciare il mio nickname “Mau“, visto che nella lingua di Vasco de Gama significa “il Male“, e ho già una leggenda da Kurtz che mi avvolge.

Si, il Kurtz di “Coure di Tenebra”, racconto pubblicato nel 1899 a Londra da Joseph Conrad, che narra il viaggio di Charles Marlow,  quando risale il Congo River, per visitare la sede nella giungla da dove ingenti quantità di avorio vengono spedite. Responsabile di questo inspiegabile successo commerciale è Kurtz, un misterioso uomo bianco che, in un equilibrio tra buio e atrocità, viene divinizzato dagli indigeni e applica una vita “malsana”. Qualcuno tra di voi noterà delle similitudini con Apocalypse Now, il capolavoro di Coppola: bravi, il film si ispira chiaramente e apertamente a questo racconto, facendo vestire i panni di Kurtz a un grandioso Marlon Brando, ovviamente pelato tanto per aumentare i mie riferimenti autobiografici.

Torniamo al mio Bacalhau. Sono sempre perplesso quando mi muovo per Luanda in macchina: da un lato le distanze non sono epocali, e a me piace camminare, e oltretutto i semafori qui hanno una semplice funzionalità di arredo urbano: quasi nessuno funziona, e i pochi che lo fanno vengono ignorati in una mascolina aggressione all’incrocio dove il più grosso o il più pazzo vincono. Perplesso ma mi adatto, talvolta solo per rispettare il timore dei locali per una insicurezza diffusa, che però mi pare cauta nell’attaccar briga con le mie spalle. Mi adatto anche perché la diffusione capillare di AK47, imbracciati in ogni dove da milizie più o meno regolari, alla fine vince anche la mia sensazione di continuum nel quale posso veleggiare, a fronte invece di un approccio più conservatore per la mia salute.

Risaliamo il Barrio Operaio, uno degli innumerevoli comuni che compongono questa città da quasi 8 milioni di abitanti, e il Caronte locale ci scarica davanti ad un locale che ricordo da miei precedenti da queste parti: entriamo, e il segnale della profonda crisi che attanaglia l’Angola diventa palese. Il posto è chiuso da mesi almeno. Non ci sono più expatried in giro, il traffico è diminuito sensibilmente, e adesso anche le aziende pubbliche, baluardo di una socialità artificiale che contraddistingue alcune storture economiche “totally-oil-based” come – appunto – Angola e Venezuela, stanno rilasciando poveracci che a fatica potranno avere un futuro, tra 15 anni almeno, se il petrolio continuasse a viaggiare almeno sui valori attuali, e i loro governanti non combinano cazzate. Probabilità? La stessa che io vinca la prossima Maratona di Berlino, correndo sotto le due ore.

Mi rivolgo al collega, in modo gentile e amicale: “Io adoro il bacalhau, è nel mio dna ligure e bellunese. Lo cucinava mia nonna, lo cucinava White Mau(b)a, l’ho mangiato quando mi hanno spedito per un anno a fare il militare nei reparti speciali a spregio della mia non violenza, lo adorano Bruna e Camilla, e lo mangia Nyla: vedi tu. No pressure, anyway, cazzo!“. Mi ha guardato negli occhi, ed era chiaro che stava facendo slittare la frizione del cervello, e non riusciva ad ingranare. Poi l’illuminazione: “Chiedo a mia moglie“.

Lo lascio armeggiare sul suo Nokia, che risale alle Guerre Puniche, e mi avvicino a un paio di tipi che stanno disegnando, curiosamente con la faccia e la tela rivolti verso il muro. Entrambi realizzano ritratti, partendo da fotografie, e aggiungendo quello che definirei uno “stile pop-Nieto”, a credito di Agustino Nieto che ha guidato il Paese fuori dal colonialismo Portoghese. Rinuncio all’inglese e allo spagnolo: alzo la Signora Tedesca a Telemetro, e annuisco con un’aria innocua. Abbassano la testa entrambi, accettando che tracci il mio ricordo, lasciando il compito al magico vetro Summilux, mentre aspettiamo che, nuovamente, Caronte arrivi per scaricarci da qualche altra parte in Africa.

Vedo, dai manifesti semi-strappati attaccati al muro, che si chiama Joao Ferreira, e pare sia una sorta di rinomato artista di strada.

Quando, 15 minuti dopo, stavo entrando in un ristorante con l’insegna “Veneza” e una gondola davanti, ho pensato il peggio. L’ho pensato in più lingue, e solo un minimo di etica professionale mi ha fermato dal sarcasmo più becero: ho fatto bene a fermarmi. Dento il locale, malgrado i camerieri vestissero magliette a righe bianche e rosse, con il paglierino in testa tipico dei gondolieri, ci hanno snocciolato 87 diversi piatti a base di bacalhau.

Abbiamo ordinato una porzione armageddon di baccalà con patate, cipolle, aglio e peperoni, il tutto annegato in uno tsunami di olio. La mia nota socialità si fermerà all’alito per diversi decenni, e, devo aggiungere, malgrado il pesce non fosse più morbido di un sandalo Birkenstock, era quello che volevo, e lamentarmi pareva brutto. Con la profonda crisi anche i prezzi sono tornati umani, e a $20 per mascella ci siamo nutriti in abbondanza, assicurando una digestione che terminerà solo quando il PD diventerà partito di maggioranza in Italia, vedete voi.

 

 

 

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