Una delle cose che ho notato a Bali è l’assenza di “macchine” di supporto in in quasi tutti i lavori che vengono effettuati.

Il riso, piegato dalla forte pioggia della notte scorsa, è raccolto con ogni sua singola spiga: decine di donne che si muovono sulle terrazze, trasportando le ceste di fascine sulla testa, fino alla zona dove viene lasciato ad essiccare.

Le pietre arenarie, che vengono usate nella decorazione dei templi, dopo essere state estratte con martello e scalpello dal letto del fiume, vengono trasportate con un ripido sentiero fin sulla strada, e poi sul furgone che le raccoglie. Ho visto fino a tre blocchi in equilibrio sulla testa, e una continua, lenta processione che lasciava sul pianale decine di chili ad ogni giro, ora dopo ora.

Se si esclude il trasporto (soprattutto scooters, e pare che ogni abitante ne abbia almeno uno) e automobili o furgoni, tutto il resto è sollevato, trasportato, posizionato a braccia, con carichi sulla testa che mi farebbero sbriciolare le ossa del collo.

Il pesce viene portato a mano dalle barche alle pese, e poi verso i pianali da trasporto: ceste infilate in un palo di bambù, con due persone a fare da muletto meccanico: lo stesso per i tonni, di un peso tra i 50 e i 70 chili, imbragati. I pezzi di ghiaccio viaggiano a spalla dal camion alla barca, e poi ancora vengono issati a mano sul peschereccio.

Uomini e donne, senza distinzione di ruolo o di fatica, che si muovono silenziosi, e tonnellate di derrate o materiali che girano in una sorta di formicaio umano.

Ho scattato queste immagini con una Contax G2, e un vetro Zeiss Bigon 28mm: la pellicola è una Kodak Tmax 100.

 

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