Il suono delle percussioni è ipnotico. Arriva alle orecchie attraverso il corpo, che senti colpito con una violenza da stordirti, insieme ai mantra urlati da megafoni portatili, e cadi in trance mentre ti muovi in una moltitudine di colori e odori che fanno parte di un universo parallelo, registrando molti ricordi con gli occhi, e qualche scatto con la Signora Tedesca a Telemetro.

Facciamo un passo indietro però.

 

 

La cosa che stupisce è che cominci a trovare scarpe e ciabatte sui lati del marciapiede, ben prima che il tempio di Sri Srinivasa Perumal sia in vista. Molti fedeli arrivano direttamente scalzi dalla metro, preparandosi poi alla processione di 4 chilometri che li porterà da Saragon Road ad attraversare tutta Little India, giù fin oltre Fort Canning Park, chiudendo il voto nel Tempio di Thendayuthapani, qui a Singapore.

Erano tre anni che il Thaipusam non veniva celebrato: la festa Hindu Tamil che celebra la redenzione e la grazia attraverso il sacrificio, la mortificazione e l’offerta di doni, aveva dovuto soccombere alle rigide regole di distanziamento sociale imposte dalla lotta alla diffusione del Covid. Quest’anno la vasta comunità indiana che risiede nell’Isola Stato ha risposto con una presenza record sia tra i fedeli che trasportavano il kavadi, sia tra gli spettatori dietro le transenne del lungo percorso della processione. Potete leggere la storia di questa tradizione religiosa in un mio articolo del 2020 sempre su NocSensei (link).

 

 

I colori caldi del giallo e dell’ arancione ma saturano le retina, mentre passo accanto a chi si sta preparando, facendosi lacerare la pelle con spiedi, spille e ganci che sembra non abbiano nessun effetto, né facciano sanguinare le ferite. Il frastuono diventa boato in alcuni istanti, facendomi perdere l’orientamento, mentre l’odore dell’intenso e delle offerte occupano tutto lo spettro olfattivo.

 

 

Sono da mesi assente su NocSensei, tradendo l’impegno preso con gli amici Ryu e Giordano di raccontare con cadenza regolare qualche finestra della mia vita: non ho giustificazioni.

Sto per lasciare Singapore, che mi ha offerto ospitalità negli ultimi 4 anni. Ho chiuso la casa di Mosque Street, a Chinatown, e domattina ritiro il mio passaporto dal Consolato della Repubblica Popolare Chinese, con un visto che mi autorizza ad entrare numerose volte nel Paese dei nipotini di Mao Tze Tung.

Prossime cronache saranno da Dubai, dove “torno a casa” per così dire, ma poi da Shanghai, Beijing, Dalian e Hong Kong, in una China penso diversa rispetto a come l’ho lasciata prima che a Whuan la gente cominciasse ad ammalarsi.

A presto…

 

 

 

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