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Haji Lane

Sweet dreams, are made of this, who am I to disagree”, le parole e la melodia sono inconfondibili: impossibile rimanere impassibile con una canzone che troppe volte, a partire da quando è stata scritta nel 1983, ha attraversato la mia vita.  Sono a Kampong Glam, un quartiere di Singapore a due passi dalla miniera dove piccono (e da queste parti ci resterò pare un bel po’, a recupero di tutti gli anni passati in località amene), e sto camminando lungo Haji Lane, che a dispetto del nome che richiama il Pellegrinaggio alla Mecca, è bagnata da fiumi di birra e cocktail assortiti.

Piego a destra (e comunque sia, la cosa, politicamente, mi infastidisce sempre), e incontro una ragazza che, accompagnata dal compagno alla chitarra, fa rimpiangere la voce di Annie Lenox, ma ci mette tanta passione. Qui il cristallino ti vira in azzurro e in ocra la sera, e anche la Signora Tedesca che ho in mano mi reagisce con perplessità alla taratura del bianco, in un caleidoscopio di temperature di colore, al cui confronto un’esperienza lisergico-psichedelica è una pellicola TriMax da 400 ISO.

Strana storia, quella di Haji Lane: inserita nel contesto di Arab Street (poche decine di metri oltre), a partire dai primi del 1800 ospitava i pellegrini diretti alla Mecca, che – in attesa dell’imbarco – trovavano in questo contesto sociale e urbano, anche la possibilità di lavorare nelle botteghe sotto gli alloggi. Lo sviluppo del trasporto aereo ha rivoluzionato il nostro modo di viaggiare (e la Boeing con il suo 747 ha cambiato i tempi, ma questa ve la racconto un’altra volta), e questo vicolo è stato occupato per una decina d’anni da famiglie povere di origine Malay. Poi basta, Haji Lane era ridotta a qualche magazzino, mentre la maggior parte delle costruzioni era in totale abbandono.

A partire dai primi del 2000 ha cominciato ad affermarsi uno shopping diverso da quelle delle grandi mall: piccoli negozietti, che definiremmo quasi “alternativi” (e ne resistono molti ancora oggi), consacrati nel 2009 da un articolo del NYT. È stata la rinascita, e negli ultimi dieci anni una serie di bar, ristoranti, music club, sono stati aperti in queste poche centinaia di metri di strada, creando un divertente posto dove svernare la sera, seccando un paio di birre.

… I traveled the world and the seven seas, Everybody is looking for something”, la strofa finale chiude la canzone, ma decido di sedermi e ascoltare ancora qualcosa, e pochi secondi dopo la sento attaccare “Another head hangs lowly, Child is slowly taken, And the violence, caused such silence. Who are we mistaken?”. Zombie, dei Cranberries, con Dolores che all’inizio dell’anno scorso se n’è andata portando con se la sua voce magica.

Serata strana, ordino uno shaken margarita, penso di averne bevuto uno l’ultima volta a Mosca nel 2008.

Se passate da queste parti non perdetevi i vari murales (notevoli sia quelli in Baghdad St., che quello all’angolo tra Beach Rd. E Ophir), e l’occasione di farvi una “fountain” di birra (vanno sia la Tiger, originaria di Singapore, che la Japanese Asahi), anzi, visto che il mio ostello preferito è a due passi da qui, fatemi uno squillo che – se sono in città – vi faccio vedere una Singapore diversa e bellissima.

 

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