My old friend Ryuichi replied right away when I sent him a few screenshots of the book I was holding: “You’re reading an 80-year-old Japanese book about colors? You rock!” — though I’m pretty sure what he really meant was, “What the hell are you smoking, man?”
I was hunting that book since a few days after I met Rammy Narula (IG link) in Bangkok last year, swinging together in the early morning of Chinatown colors. He was often referring to the “colors theory”, and then my curiosity filled up. Finally Amazon made it.
When Japanese artist and designer Sanzo Wada published Haishoku Soukan — The Dictionary of Color Combinations — in the early 1930s, Japan stood at a crossroads between tradition and modernity. Western industrial design was reshaping cities and fashion, while centuries-old aesthetic codes — from kimono fabrics to temple interiors — still defined the nation’s visual identity. Wada’s book, composed entirely of small grids of color swatches paired in twos, threes, and fours, looked almost scientific. Yet behind its minimalist appearance lay something profoundly poetic: a visual dictionary of emotion.

Each page of Haishoku Soukan presented a harmony — sometimes bold, sometimes subtle — that bridged East and West, old and new. Wada catalogued hundreds of combinations: crimson against celadon, mustard with indigo, ash gray beside coral pink. Some echoed the formal elegance of Edo-period art; others foreshadowed the Bauhaus and the modernist palette soon to dominate global design. His work didn’t dictate rules — it revealed relationships. He was not teaching painters what to choose, but helping them understand how colors converse.


Nearly a century later, Wada’s palette feels as fresh as ever. Designers, stylists, architects, and photographers still turn to The Dictionary of Color Combinations for inspiration. Its genius lies in restraint. In an age of digital overload and infinite chromatic options, Wada reminds us that harmony often emerges from limitation — from how two shades of similar warmth, or contrasting lightness, can evoke entirely different emotions.
But beyond design, Wada’s theory holds a wider cultural message. Color, in his view, wasn’t merely decorative; it was social, psychological, even spiritual. His Japan was a country learning to see itself anew — adopting electric light, advertising, cinema. Through color, Wada offered a bridge: a way to carry the grace of traditional aesthetics into the dizzying modern world without losing balance.


That bridge still matters today. From street fashion in Tokyo’s Harajuku to digital branding and cinematic storytelling, modern creators echo Wada’s sensibility. They draw on the same emotional vocabulary — serenity in muted greens, energy in vermilion, elegance in gray. In photography, especially, Wada’s combinations are reborn. A red umbrella against a slate sky, or a mustard wall shadowed by deep teal, follows the same logic of balance and tension that Wada catalogued with a brush and ruler.
In a sense, Haishoku Soukan is not just a dictionary but a mirror. It teaches us how to look — not only at color, but at the spaces between colors, the silent intervals where meaning lives. Each pairing is an act of attention, a reminder that perception itself is a craft.
Perhaps that is why this slim, nearly century-old book feels so modern. In a world saturated with images and guided by algorithms, Wada’s pages whisper something slower and more human: that beauty begins in observation, and that harmony, whether in color or in life, depends on the courage to choose balance over excess.
Haishoku Soukan endures because it does what great art always does — it teaches us to see again.
Photos from the walk Rammy and I had in BKK Chinatown on an early morning in October 2024. Leica M10-R in my hand, and 18mm in my eyes.
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TRADUZIONE DI REDAZIONE NOC
Il mio vecchio amico Ryuichi mi ha risposto subito quando gli ho inviato alcuni screenshot del libro che avevo in mano: “Stai leggendo un libro giapponese di 80 anni fa sui colori? Sei fantastico!” – anche se sono abbastanza sicuro che intendesse dire: “Cosa diavolo stai fumando, amico?”.
Stavo cercando quel libro da qualche giorno dopo aver incontrato Rammy Narula (link IG) a Bangkok l’anno scorso, mentre ci dondolavamo insieme la mattina presto, tra i colori di Chinatown. Faceva spesso riferimento alla “teoria dei colori”, e poi la mia curiosità si è placata. Finalmente Amazon ce l’ha fatta.
Quando l’artista e designer giapponese Sanzo Wada pubblicò Haishoku Soukan — Il dizionario delle combinazioni di colori — all’inizio degli anni ’30, il Giappone si trovava a un bivio tra tradizione e modernità. Il design industriale occidentale stava rimodellando le città e la moda, mentre codici estetici secolari – dai tessuti dei kimono agli interni dei templi – definivano ancora l’identità visiva della nazione. Il libro di Wada, composto interamente da piccole griglie di campioni di colore abbinati in gruppi di due, tre e quattro, aveva un aspetto quasi scientifico. Eppure, dietro il suo aspetto minimalista, si celava qualcosa di profondamente poetico: un dizionario visivo di emozioni.
Ogni pagina di Haishoku Soukan presentava un’armonia – a volte audace, a volte sottile – che univa Oriente e Occidente, antico e moderno. Wada catalogò centinaia di combinazioni: cremisi contro celadon, senape con indaco, grigio cenere accanto al rosa corallo. Alcune riecheggiavano l’eleganza formale dell’arte del periodo Edo; altre prefiguravano il Bauhaus e la tavolozza modernista che avrebbe presto dominato il design globale. Il suo lavoro non dettava regole, ma rivelava relazioni. Non insegnava ai pittori cosa scegliere, ma li aiutava a capire come i colori dialogano.
Quasi un secolo dopo, la tavolozza di Wada è più attuale che mai. Designer, stilisti, architetti e fotografi si rivolgono ancora al Dizionario delle Combinazioni di Colori per trovare ispirazione. La sua genialità risiede nella moderazione. In un’epoca di sovraccarico digitale e infinite opzioni cromatiche, Wada ci ricorda che l’armonia spesso emerge dai limiti, da come due tonalità di calore simile, o di luminosità contrastante, possano evocare emozioni completamente diverse.
Ma al di là del design, la teoria di Wada racchiude un messaggio culturale più ampio. Il colore, a suo avviso, non era meramente decorativo; era sociale, psicologico, persino spirituale. Il suo Giappone era un paese che imparava a vedere se stesso in modo nuovo, adottando la luce elettrica, la pubblicità, il cinema. Attraverso il colore, Wada offriva un ponte: un modo per trasportare la grazia dell’estetica tradizionale nel vertiginoso mondo moderno senza perdere l’equilibrio.
Quel ponte è importante ancora oggi. Dalla moda di strada di Harajuku a Tokyo al branding digitale e alla narrazione cinematografica, i creatori moderni riecheggiano la sensibilità di Wada. Attingono allo stesso vocabolario emotivo: serenità nei verdi tenui, energia nel vermiglio, eleganza nel grigio. In fotografia, in particolare, le combinazioni di Wada rinascono. Un ombrello rosso contro un cielo ardesia, o un muro color senape ombreggiato da un verde acqua intenso, seguono la stessa logica di equilibrio e tensione che Wada catalogò con pennello e righello.
In un certo senso, Haishoku Soukan non è solo un dizionario, ma uno specchio. Ci insegna a guardare – non solo il colore, ma anche gli spazi tra i colori, gli intervalli silenziosi dove risiede il significato. Ogni abbinamento è un atto di attenzione, un promemoria che la percezione stessa è un’arte.
Forse è per questo che questo libro sottile, quasi centenario, appare così moderno. In un mondo saturo di immagini e guidato da algoritmi, le pagine di Wada sussurrano qualcosa di più lento e umano: che la bellezza inizia nell’osservazione e che l’armonia, sia nel colore che nella vita, dipende dal coraggio di scegliere l’equilibrio rispetto all’eccesso.
Haishoku Soukan resiste perché fa ciò che la grande arte fa sempre: ci insegna a vedere di nuovo.
Foto della passeggiata che Rammy e io abbiamo fatto a BKK Chinatown una mattina presto di ottobre 2024. Leica M10-R in mano e 18 mm negli occhi.

