24 ore, uno strano cocktail di vita accelerata, in una quotidiana normalità che nessuno potrebbe riconoscere come tale, me compreso talvolta. Time-slices di vita, che ricomposta fanno inarcare il sopracciglio, ma in sequenza paiono il ritmo dello stupendo romanzo di Kerouac, The Subterraneans, scritto nel 1958, addirittura prima che io nascessi. Musica nelle orecchie, ancora un brano di parecchi anni fa, che ha tutt’ora una splendida carica attuale:

There’s somethin’ happenin’ here, But what it is ain’t exactly clear
There’s a man with a gun over there, A-tellin’ me I got to beware
I think it’s time we stop, Children, what’s that sound?
Everybody look what’s going down

Mentre lascio che i Buffalo Springfield mi riempiano il cervello, collocato in mezzo a due AirPods, riavvolgo il nastro della mia giornata, cominciata in un diverso Continente, in un differente fuso orario, in un altra vita.

Le labbra della donna che amo, lo sguardo del cane che mi ha eletto Alpha, l’abbraccio, gli occhi e le parole di chi – oltre a condividere metà del mio DNA – mi rispecchia nel meglio, i due amici che sento sempre vicini. Quindi il tutto velocemente vira verso la parte professionale e asettica: un’auto che mi lascia in aeroporto, un aereo che mi sposta a 5,000 chilometri di distanza, una paese che chiamo “casa” con poca convinzione, un letto dove collasso per 4 ore di sonno.

There’s battle lines being drawn, And nobody’s right if everybody’s wrong
Young people speakin’ their minds, A-gettin’ so much resistance from behind
I think it’s time we stop, Hey, what’s that sound?
Everybody look what’s going down

Poi (ed è un crimine iniziare una frase con questo avverbio), poi dicevo è un roller-coaster di interazione con umani che vivono a 6,500 chilometri di distanza, che parlano tra loro un’evoluzione del Sintic, Sino-Tibetano, insieme a circa il 16% della popolazione del pianeta, in un’orgia di mono, di e trittonghi fonetici, ma hanno con me la cortesia di interagire in Inglese. Una sequenza di Fibonacci di conference-calls, dove gli argomenti che mi pagano il viatico si rincorrono, in una concitata conclusione del Fiscal Quarter.

 

 

Son passate le 17 locali, le 14 dei miei affetti, e le 21 della mia professione quando chiudo lo schermo, raccatto le chiavi della macchina e percorro, con la gioia dei 6 cilindri boxer, i 12 minuti di strada liberi da speed-cam che mi portano fino in spiaggia. Mi piace camminare qui, mi piace vivere le ore dopo il tramonto, con la forza nelle mani, il sapore del mare nella bocca, l’aria che mi avvolge le narici, e il vento dell’ imbrunire che mi accarezza il corpo.

What a field day for the heat (ooh-ooh-ooh), A thousand people in the street (ooh-ooh-ooh)
Singin’ songs and a-carryin’ signs (ooh-ooh-ooh), Mostly say “Hooray for our side” (ooh-ooh-ooh)
It’s time we stop, Hey, what’s that sound? Everybody look what’s going down
Paranoia strikes deep, Into your life it will creep …. It starts…

Ed è qui che i Buffalo Springfield entrano nelle mie sensazioni, con “For What is Worth”, un brano registrato proprio in questi giorni, il 5 di Dicembre, ma oltre 50 anni fa, nel 1966, con Stephen Stills che canta le rivolte sullo Sunset Strip di Hollywood che hanno tanto il sapore di quelle per Black Life Matters, ricordandoci ancora una volta che il cammino per riconoscerci uguali è ancora lungo.

Cammino lungo Kite Beach a Jumeira, la musica nelle orecchie e la vita intorno a me. Una notte di luna piena domani, tempo giusto per una passeggiata mano nella mano con una (nuova) Signora Tedesca a Telemetro: stay tuned!

 

 

 

 

 

 

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