In the early dawn hours across the Gulf last weekend, the skies over Abu Dhabi, Dubai, Kuwait and Doha were pierced by an unprecedented barrage of missiles and drones launched by Iran. Residents rushed for cover as air-defence sirens wailed. Major airports were swarmed with passengers seeking shelter. In the United Arab Emirates alone, authorities reported at least 165 ballistic missiles and more than 500 drones detected, most of them intercepted but some leaving debris-related deaths and injuries, and material damage in both here in Abu Dhabi and Dubai.
The scale and audacity of the assault — encompassing Gulf monarchies long seen as insulated from the region’s wars — marked a stark new chapter in a conflict that until recently remained geographically distant for many in the Arab world. And while official rhetoric in Tehran framed the strikes as retaliation for a U.S.–Israeli offensive that killed Iran’s supreme leader and key commanders, policymakers and analysts in Washington and Riyadh see a deeper strategic motive at play: increasing the political pressure on President Donald Trump at home.
The Iranian leadership appears intent on amplifying the costs of the war for the United States, not only militarily but politically. Each missile that arcs over desert metropolises and each drone that streaks toward U.S. forces in the region isn’t just an act of retaliation — it is a signal, a strategic syllable in a wider message to Washington: if American policymakers and their constituents begin to feel the war at home, the calculus in the next election cycle could shift dramatically.
This is not the first time commentators have seized on the trope of a “crazy American president” dragging the world toward conflict. But Tehran’s moves suggest a willingness to outflank that narrative — portraying itself not as reluctant combatant, but as the more unhinged actor prepared to expand the war footprint, showing off they are much more crazy than Trump himself. Against the backdrop of Trump’s already contentious political standing, this narrative can feed into domestic dissent, particularly within his own Republican base, where anti-war sentiment has grown as military spending and overseas commitments balloon.
For the moment, Gulf states have rejected Tehran’s overtures of negotiation. Riyadh and Abu Dhabi, long cautious about entanglement in wider Middle East wars, have condemned the strikes and signaled willingness to reassess regional security strategies. Gulf Cooperation Council (GCC) diplomats hinted at options for collective self-defence against future Iranian attacks, underscoring the broader alarm shared among monarchies that once prided themselves on stability.
Yet the political pressure in the United States is arguably the lever Iran seeks most. Trump’s administration had already staked significant political capital on confronting Tehran. Weeks earlier, he had marshalled U.S. forces and worked closely with Israeli partners in a campaign described by Pentagon officials as designed to degrade Iran’s nuclear and missile capabilities. But in doing so, Trump also drew criticism from segments of both parties at home, with some lawmakers questioning the lack of clear strategic objectives and the sidelining of domestic priorities.
Now, with American citizens residing in the Gulf being advised to “depart immediately,” and with congressional debates underway over war powers and presidential authority, the strain is visible on Capitol Hill. Some Republicans have rallied behind Trump’s approach, arguing that confronting Tehran is necessary to uphold U.S. credibility. Others, including factions within the MAGA movement, have voiced unease about open-ended foreign commitments at a time when economic concerns and border issues dominate domestic discourse.
In Tehran’s strategic calculus, this domestic unease is a feature, not a bug. By expanding the battlefield beyond the confines of the Iranian hinterland into the heart of the Gulf — and by drawing American personnel and assets into the line of fire — Iran is increasing the political cost of continuation for the U.S. president. The hope, from Tehran’s perspective, may be that domestic backlash will compel Trump to halt or significantly scale back the war effort.
Such a dynamic underscores a sobering reality of contemporary geopolitics: wars are no longer fought solely with tanks and missiles, but also with narratives and political pressure points. In an era of instant communication and fragmented media, the battlefield extends into parliaments, social feeds and election cycles.
Whether Iran’s gamble will succeed — whether American voters, weary of prolonged foreign entanglements, will push for de-escalation — remains an open and perilous question. But for now, the skies over the Gulf echo with the reverberations of a conflict that has become, in every sense, both external and profoundly internal.
I’m home in Abu Dhabi, still feeling reasonably safe right now, regardless the alarm warnings that woke me up at 3am. For more updates follow my newsletter
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Traduzione a cura della redazione di NOC Sensei
Nelle prime ore dell’alba dello scorso fine settimana, i cieli di Abu Dhabi, Dubai, Kuwait e Doha sono stati trafitti da una raffica senza precedenti di missili e droni lanciati dall’Iran. I residenti si sono precipitati a mettersi al riparo mentre le sirene della difesa aerea suonavano. I principali aeroporti erano invasi da passeggeri in cerca di riparo. Solo negli Emirati Arabi Uniti, le autorità hanno segnalato almeno 165 missili balistici e oltre 500 droni rilevati, la maggior parte dei quali intercettati, ma alcuni che hanno lasciato morti e feriti tra i detriti, e danni materiali sia ad Abu Dhabi che a Dubai.
La portata e l’audacia dell’attacco – che ha coinvolto monarchie del Golfo a lungo considerate isolate dalle guerre della regione – hanno segnato un nuovo, netto capitolo in un conflitto che fino a poco tempo fa era rimasto geograficamente distante per molti nel mondo arabo. E mentre la retorica ufficiale a Teheran ha inquadrato gli attacchi come una rappresaglia per un’offensiva USA-Israele che ha ucciso la guida suprema e i comandanti chiave dell’Iran, i politici e gli analisti di Washington e Riad vedono in gioco una motivazione strategica più profonda: aumentare la pressione politica sul presidente Donald Trump in patria.
La leadership iraniana sembra intenzionata ad amplificare i costi della guerra per gli Stati Uniti, non solo militarmente ma anche politicamente. Ogni missile che sorvola le metropoli desertiche e ogni drone che si dirige verso le forze statunitensi nella regione non è solo un atto di ritorsione, ma un segnale, una sillaba strategica di un messaggio più ampio a Washington: se i politici americani e i loro elettori iniziano a sentire la guerra in patria, i calcoli del prossimo ciclo elettorale potrebbero cambiare radicalmente.
Non è la prima volta che i commentatori si aggrappano al luogo comune del “presidente americano pazzo” che trascina il mondo verso il conflitto. Ma le mosse di Teheran suggeriscono la volontà di aggirare questa narrazione, presentandosi non come un combattente riluttante, ma come l’attore più squilibrato e pronto ad ampliare la propria influenza bellica, ostentando di essere molto più folle dello stesso Trump. Sullo sfondo della già controversa posizione politica di Trump, questa narrazione può alimentare il dissenso interno, in particolare all’interno della sua base repubblicana, dove il sentimento anti-guerra è cresciuto con l’aumento delle spese militari e degli impegni all’estero.
Per il momento, gli stati del Golfo hanno respinto le aperture negoziali di Teheran. Riyadh e Abu Dhabi, da tempo cauti riguardo al coinvolgimento in più ampie guerre in Medio Oriente, hanno condannato gli attacchi e manifestato la volontà di rivalutare le strategie di sicurezza regionale. I diplomatici del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno accennato a opzioni di autodifesa collettiva contro futuri attacchi iraniani, sottolineando il più ampio allarme condiviso tra monarchie che un tempo si vantavano della propria stabilità.
Eppure la pressione politica negli Stati Uniti è probabilmente la leva che l’Iran cerca di più. L’amministrazione Trump aveva già investito ingenti capitali politici nel confronto con Teheran. Settimane prima, aveva schierato le forze statunitensi e collaborato a stretto contatto con i partner israeliani in una campagna descritta dai funzionari del Pentagono come mirata a indebolire le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran. Ma così facendo, Trump si è anche attirato critiche da settori di entrambi i partiti in patria, con alcuni legislatori che hanno messo in discussione la mancanza di chiari obiettivi strategici e l’emarginazione delle priorità interne.
Ora, con i cittadini americani residenti nel Golfo a cui viene consigliato di “partire immediatamente” e con i dibattiti congressuali in corso sui poteri di guerra e sull’autorità presidenziale, la tensione è visibile a Capitol Hill. Alcuni repubblicani si sono schierati a favore dell’approccio di Trump, sostenendo che il confronto con Teheran sia necessario per difendere la credibilità degli Stati Uniti. Altri, tra cui fazioni all’interno del movimento MAGA, hanno espresso preoccupazione per gli impegni esteri a tempo indeterminato, in un momento in cui le preoccupazioni economiche e le questioni di confine dominano il dibattito interno.
Nel calcolo strategico di Teheran, questo disagio interno è una caratteristica, non un difetto. Estendendo il campo di battaglia oltre i confini dell’entroterra iraniano, nel cuore del Golfo – e attirando personale e risorse americane sulla linea di fuoco – l’Iran sta aumentando il costo politico della continuazione per il presidente degli Stati Uniti. La speranza, dal punto di vista di Teheran, potrebbe essere che la reazione interna costringa Trump a interrompere o ridurre significativamente lo sforzo bellico.
Una tale dinamica sottolinea una triste realtà della geopolitica contemporanea: le guerre non si combattono più solo con carri armati e missili, ma anche con narrazioni e punti di pressione politica. In un’epoca di comunicazione istantanea e media frammentati, il campo di battaglia si estende ai parlamenti, ai feed dei social e ai cicli elettorali.
Se la scommessa dell’Iran avrà successo – se gli elettori americani, stanchi di prolungati coinvolgimenti con l’estero, spingeranno per una de-escalation – rimane una questione aperta e pericolosa. Ma per ora, i cieli sopra il Golfo riecheggiano delle risonanze di un conflitto che è diventato, in ogni senso, sia esterno che profondamente interno.
Sono a casa ad Abu Dhabi e mi sento ancora abbastanza al sicuro, nonostante gli allarmi che mi hanno svegliato alle 3 del mattino. Per ulteriori aggiornamenti segui la mia newsletter.


