Le mie conoscenza di geologia sono decisamente scarse, ma spero di definire correttamente come “scarpata tettonica” la colossale zolla sollevata di terreno stratificato, alta dai 250 ai 600 metri, che taglia l’altopiano del Najid nella zona centrale dell’Arabia Saudita, estendendosi per oltre 800 chilometri tra Al-Quasiym a nord, e il deserto dell’Empty Quarter, vicino a Wadi Al-Wadasir a sud.

Il nome arabo, se traduco bene l’accento americano-saudita del mio Caronte, è Jamal Tuwaiq, e il posto più spettacolare dove osservare questa meraviglia naturale, è 250 chilometri a nord-ovest di Riyadh, su una punta chiamata “Edge of The World”, “Il Bordo del Mondo”. Il Kingdom of Saudi Arabia ha recentemente aperto le sue frontiere al turismo, con una nuova politica di visti di ingresso (finalmente ottenibili on-line in meno di un’ora), e con una campagna di comunicazione planetaria nel quale questo era uno dei luoghi suggeriti.

Sono partito dalla zona vicino all’aeroporto internazionale nel primo pomeriggio: fondamentale un fuoristrada, opportuna una guida locale, considerando però l’entusiasmo individuale degli operatori per l’apertura di un nuovo mercato economico, che si traduce in molte ore di litania a glorificazione del Paese, dei suoi Leaders, e di una certa riscrittura della storia in versione auto-referenziale, sostenendo primati dalla “scoperta degli USA, prima di Colombo [citazione testuale]”, alla “più grande caverna al mondo lunga migliaia di chilometri”, per terminare sulla paternità di pizza, sushi e tiramisù. Un po’ di folklore insomma, ma nulla di troppo aggressivo.

La prima ora di guida presenta solo la difficoltà del traffico di Riyadh, i secondi 90 minuti sono fatti su un fuoristrada di medio impegno, con solo un paio di passaggi più aggressivi (mi è mancata la mia fedele Land Rover Defender 90, lo ammetto), si arriva alla meta con una passeggiata finale di mezz’ora in un tracciato esposto, non segnalato e sdrucciolevole (scarpe da trekking sono un must). Da quando si abbandona l’asfalto non ci sono né segnali né posti di rifornimento/supporto, e il segnale cellulare si perde molto spesso: meglio usare un’app di tracciamento GPS, con mappe scaricate in precedenza, e meglissimo, anzi meglierrimo, ricordarsi che le cliff, le scarpate e i wadi non sono segnalati. Farsi un volo di qualche centinaio di metri è una roba che poi non si racconta facilmente, quindi una guida moderata e a vista è obbligatoria. L’estate la temperatura sale serenamente sopra i 55°c, mentre d’inverno la notte scende anche facilmente sotto i 10°c.

Lo spettacolo vale assolutamente. Solitudine, Silenzio. Solo il rumore del vento che sale subito dopo il tramonto, e l’odore che il vuoto assoluto ti porta alle narici.

Abbandonate le auto, il tracciato permette di arrivare fino in cima di uno spettacolare pinnacolo, sempre con la cautela di zone esposte senza protezione né cavi guida. Il tramonto ha fretta, e nello spazio di una quindicina di minuti si passa dal viraggio della luce dall’arancione in rosso scuro, che dipinge le rocce in modo spettacolare, al buio assoluto in caso di assenza della luna o di cielo coperto, in un livello di oscurità che mette in difficoltà anche i 50mila ISO della Leica Q2 che mi fa compagnia oggi.

Il rientro è un filo più cazzuto sotto il profilo stradale, ecco perché serve un’App che tracci il percorso è fondamentale, considerando che le guide locali non hanno una totale padronanza del terreno, e in oltre 2 milioni di chilometri quadrati di deserto, a perdersi ci si mette un uno scatto veloce di otturatore, con i rischi di voli nel vuoto amplificati dall’assenza totale di luce oltre ai fari della vostra auto.

Pecora arrosto e riso sono i piatti nazionali, con acqua e tea (il Paese è ancora completamente “dry”, quindi niente spritz né sangiovese sono ammessi in Saudi). L’ospitalità è eccellente, ma tra una cosa e l’altra considerate almeno 4 ore per tornare sulle strade della Capitale: mi è venuta voglia di visitare, in un prossimo giro,  anche i resti Nabatei che si trovano più a nord, in una sorta di succursale di Petra, e i villaggi verso sud, al confine con lo Yemen, una volta che la pioggia di missili da quelle parti si sia calmata, e il dramma di quella guerra con un impatto devastante sulla popolazione civile, abbia dato il passo ad una pace duratura.

Foto? Qualche minuto prima, e subito dopo il tramonto, con la Q2.

One Comment

  1. Luca Scaramuzza

    Le spaccature della crosta terrestre hanno sempre un fascino, quando poi ci si trova lì sul posto creano addirittura emozioni mai provate prima perchè in fondo fanno parte anche di noi stessi, della nostra civiltà che si è dovuta adattare a queste zone. Se non dico una stupidata questa spaccatura fa parte della Rift Valley che si estende fino al Mozambico e dove, in alcune zone, si è sotto il livello del mare. Grazie per l’esaustivo articolo.
    Luca S.

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