Ma come hai iniziato?”, chiedo a Cheng Poh Kwai, che da quattro decenni commercia in arte Chinese, con un occhio particolare per le ceramiche, mentre sono seduto in fondo al suo negozio, sulla South Bridge Rd, subito dopo il tempo Induista di Sri Mariamman.

L’arte Chinese è stata da sempre la mia passione, il mio hobby inizialmente: collezionavo pezzi mentre lavoravo in una delle industrie leggere che caratterizzavano l’economia di Singapore nel ventennio tra il 1970 e la fine del 1980. Andavo spesso in China, mio padre era originario delle regioni meridionali prima di stabilirsi qui”, e suo figlio Jacob gli fa eco, “La nostra casa era una sorta di museo, non ricordo di aver mai dormito in un materasso, visto che anche rotto il nostro arredo era composto da mobili tradizionali.

Jacob da 5 anni affianca il padre nel trading, dopo studi di marketing ed economia e una breve carriera nella finanza. Specializzati in ceramiche, hanno una clientela affezionata per la quale trovano anche arredi: da qualche tempo stanno anche investendo in tea, rinnovando una passione che noi in Italia riserviamo ai vini.

 

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Poi l’industria è andata in crisi” [nello stesso periodo la Rollei produceva qui anche la sua piccola 35 – ndr] “e verso la metà degli anni ‘80 mi ero reso conto di una domanda crescente di lampade: si cominciava a costruire molto a Singapore, e l’arredo per alberghi e abitazioni stava diventando molto richiesto. Ho fatto una scommessa: sono partito per la China e ho comprato 10,000 vasi: tutti considerati uno scarto, e tagliati nel collo. Ho cominciato a realizzare localmente corpi illuminanti, vendendoli qui in grandi quantità.”

Jacob traduce quello che il padre talvolta fa scivolare dall’Inglese and Singlish al Chinese. Si legge nei loro occhi la passione per il loro lavoro, e una calma che mi ricordal’amico Ryu quando parla della Signora Tedesca a Telemetro, e il calore si fonde con vetro e metallo, per raccontare di qualcosa che va oltre l’essere una macchina fotografica.

Poi è cominciato il turismo a Singapore, e abbiamo aperto un primo e un secondo negozio a Chinatown, che non è il quartiere che vedi oggi”, mi aggiungono. “Sono venuto a Singapore la prima volta nel 1985 – gli rispondo – e molta della terra che oggi è reclamata al mare non esisteva: ricordo la Chinatown buia e chiusa: oggi il mio piacere nel vivere a poche centinaia di metri dal vostro negozio, è frutto anche di quei ricordi e delle decine di volte che ci sono passato, fino a trovare il quartiere di oggi, assediato dalla modernità ma ancora totalmente vero e tradizionale”

 

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Gli chiedo quanti falsi ci siano in giro oggi: alza gli occhi e ride. “La domanda di antichità in China è esplosa, arrivo ad avere gente che viene qui da Shanghai, a comprare pezzi originali che poi rivendono nel mercato interno. Oggi potrei dirti che oltre il 99% dei pezzi non sono completamente originali, ma copie magari antiche ti ceramiche ancora più preziose.”

E cosa ti guida nell’acquistare un pezzo originale?

Poh Kwai ride, e alza gli occhi sui vasi dietro di lui, guardandoli con affetto. È suo figlio che mi risponde: “Ha come delle sensazioni, riesce a capire un originale dalla copia”. “Ho visto decine di migliaia di pezzi, sin da giovane: i colori, i disegni, le fatture, gli accostamenti, le imprecisioni seguono dei flussi che sono armonici: quando c’è qualcosa di stonato me ne accorgo, come un musicista che conosce le canzoni e nota subito una imprecisione o un accostamento che non ha tradizione.

Ma ti capita mai di comprare un pezzo e poi innamorartene e non venderlo? Ride mente il figlio scuote la testa, anche lui accettando che la passione ogni tanto prenda il sopravvento sul commercio.

 

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