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Deira, sabato mattina

Deira parte adagio, il sabato mattina.

È il vecchio, storico quartiere di Dubai. Primo insediamento da queste parti, quando gli autoctoni campavano facendo pescare perle, pascolavano cammelli da compagnia, e masticavano datteri come fonte energetica durante le lunghe scampagnate nel deserto.

Chiusa tra Sharjah e il Creek, Deira mantiene ancora il sapore delle vere città medio-orientali, con una mappatura totalmente casuale di stradine che fa sembrare la Città Vecchia di Genova una sorta di Manhattan ortogonale, con una manciata di moschee a cementare la connessione storica, politica ed economica di questa fetta di mondo, e con un odore che sa di umanità reale.

Mi piace camminare qui, in un contesto che pare anni luce da quello che, pochi chilometri a Ovest, celebra il grattacielo più alto al mondo, e i templi al Dio Retail e le sue messe a suon di “SALE”. Stamani l’ho fatto ancora una volta, guardando il lento risveglio di questa parte di mondo, dopo il Venerdì di festa.

Un murales simboleggia lo sparire di questa area della città: collocato in una viuzza che lascia per poche decine di metri il turistico Gold Suck, appannaggio di torpedoni di turisti Cinesi e da Sovietici sovrappeso ustionati, disegna palazzi che sorgono istantaneamente dalla sabbia, lasciando perplesso un cammello e il suo beduino.

Deira. È un crogiolo di umanità. È un universo parallelo.

È un universo quasi esclusivamente maschile. Uomini seduti a bere il tea, uomini che aprono le botteghe, uomini al telefono, in una lingua che sa di montone arrosto e delle montagne brulle nelle valli del Pakistan. Uomini nelle panetterie, nelle caffetterie, nelle macellerie, nelle saracinesche che lentamente si aprono, in un brulicare di commercio al minuto che sfida le leggi dell’economia.

Fanno eccezione sparuti gruppi di ragazze che ti guardano intensamente.

Ragazze, con un accento e uno slang collocati intorno al delta del Niger, che affittano parte di sé stesse con prezzi che vanno dai $10 ai $50.

Hya hakata cute boy, whutt-a u doing this monni? ‘M kele fo-u?” [“Ciao bel ragazzo bianco, che cosa combini stamani? Io sono la ragazza giusta per te“]. “Tha-a kele. Y no look for-a cane” [“Grazie ragazza, ma non cerco divertimento“] rispondo, che ogni tanto passo per Corto Maltese nel parlare altre lingue.

Boccata di ossigeno fotografico stamani: oltre 20 scatti in quasi tre ore, roba da paparazzo.

Foto? Ovvio, #DeiraOnSaturdayMorning, prima di prendere – stanotte – un sigaro volante che mi porterà nuovamente nella Città Stato dove è proibito il consumo di chewing-gum.

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