Altre cattive notizie dall’Asia, e più precisamente dal Myanmar (ex Birmania/Burma).

La Giunta Militare che è al potere dopo il colpo di stato del 1 Febbraio 2021, ha istituito l’altro ieri, con effetto immediato, il servizio militare obbligatorio per uomini (in un’età compresa tra i 18 e i 35 anni) e donne (18 e 27 anni). La ferma ha una durata di due anni, ma può essere estesa fino a cinque quando è in vigore lo stato di emergenza, esattamente come adesso.

Questa notizia è anche la conferma dell’assenza di controllo sul territorio da parte dell’esercito birmano: un analisi del 2022 riporta che l’esercito controlla solo il 17% del territorio, ma nelle zone rurali questa percentuale scende ben sotto il 10%. Il rimanente è controllato da milizie tribali o signori della guerra, che dispongono anche di armi pesanti, in un confine poroso di cui avevo raccontato durante uno dei miei viaggi nelle zone di confine del Myanmar nel 2014/2015 (vedi qui l’articolo “I contrabbandieri della seta”)

Facciamo un passo indietro.

L’attuale situazione in Myanmar è caratterizzata da disordini politici, disordini civili e violazioni dei diritti umani. Dal colpo di stato militare del 1° febbraio 2021, che ha spodestato il governo democraticamente eletto guidato da Aung San Suu Kyi, il Paese è precipitato in uno stato di caos e instabilità.

L’esercito, noto come Tatmadaw, ha giustificato il colpo di stato accusando diffusi brogli elettorali nelle elezioni del novembre 2020, affermazione smentita da osservatori indipendenti. Il colpo di stato ha invertito anni di timidi progressi verso la democrazia e ha riportato il Myanmar sotto il governo militare, suscitando indignazione e condanna sia a livello nazionale che internazionale.

In risposta al colpo di stato, sono scoppiate proteste in tutto il Paese, con milioni di persone che sono scese in piazza per chiedere il ripristino del governo civile e il rilascio dei prigionieri politici, tra cui Aung San Suu Kyi. Le proteste, inizialmente pacifiche, sono state accolte con violenta repressione da parte delle forze di sicurezza, compreso l’uso di munizioni vere, gas lacrimogeni e arresti arbitrari. La brutale repressione del dissenso da parte dei militari ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti, suscitando la condanna della comunità internazionale.

La giunta militare ha inoltre imposto severe restrizioni alla libertà di espressione, di riunione e di stampa, chiudendo i media indipendenti, bloccando l’accesso alle piattaforme dei social media e arrestando giornalisti e attivisti critici nei confronti del regime. Queste azioni hanno creato un clima di paura e intimidazione, costringendo molti a nascondersi o a fuggire dal Paese in cerca di sicurezza.

Anche i gruppi minoritari etnici, che da tempo subiscono discriminazioni e persecuzioni in Myanmar, sono stati presi di mira dalla repressione militare. In regioni come lo Stato di Rakhine e lo Stato di Chin, dove il conflitto armato è in corso da decenni, i civili sono rimasti coinvolti nel fuoco incrociato, sottoposti ad attacchi indiscriminati, sfollamenti forzati e crisi umanitarie.

Presto voglio raccontarvi su questo la storia del genocidio dei Rohingya, una storia su cui sto lavorando da molto tempo, e per questo andrò in Laos dopo l’estate.

La situazione umanitaria in Myanmar è peggiorata in modo significativo dopo il colpo di stato, con milioni di persone che si trovano ad affrontare carenza di cibo, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e sfollamenti a causa di conflitti e violenze. La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente esacerbato queste sfide, travolgendo il fragile sistema sanitario del Paese e approfondendo le disuguaglianze socioeconomiche.

In mezzo alle turbolenze, gli sforzi per risolvere la crisi attraverso mezzi diplomatici sono stati in gran parte infruttuosi. Le Nazioni Unite, le organizzazioni regionali come l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) e singoli paesi hanno chiesto la fine della violenza e il ritorno alla democrazia, ma la giunta militare ha mostrato scarsa disponibilità a impegnarsi in un dialogo significativo o in un compromesso .

La comunità internazionale ha risposto alla crisi con una serie di misure diplomatiche, economiche e umanitarie, comprese sanzioni mirate contro i leader militari e i loro interessi commerciali, embarghi sulle armi e assistenza umanitaria alle persone colpite dalla violenza. Tuttavia, l’efficacia di queste misure nel realizzare cambiamenti significativi rimane incerta, poiché il regime militare si è dimostrato resiliente e determinato a restare al potere ad ogni costo.

Nel mezzo di questa incertezza e tumulto, il popolo del Myanmar continua a dimostrare notevole resilienza, coraggio e determinazione nella sua ricerca di democrazia, diritti umani e giustizia. Nonostante i rischi e le difficoltà che affrontano, rimangono fermi nel loro impegno a costruire un futuro migliore per se stessi e per le generazioni future, ispirando solidarietà e sostegno da parte di persone di tutto il mondo che sono solidali con la loro lotta.

Sono stato più volte in Myanmar, negli anni dal 2012 al 2017, e il privilegio di visitare e conoscere questo complesso e diverso paese è qualcosa che rimane dentro di me: purtroppo temo sarà difficile tornarci. Le foto che vedete qui sono scattate durante quei miei viaggi.

 

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