È stata lunga arrivare in China: posso dire che il mio viaggio sia iniziato a metà Agosto 2020, quando il mondo stava ancora combattendo con un virus che ci ha portato via troppe vite. 

Ero appena tornato in Italia dopo la chiusura totale dello spazio aereo, e stavo scontando una quarantena isolato in una casa nel mezzo dei boschi Trentini in sola compagnia del mio cane, Nyla. Una lunga telefonata con chi mi paga il viatico mi aveva convinto a trasferirmi per 3 anni tra i nipotini di Mao, con – una volta tanto – più il martello che la falce in mano.

Si, non sembrava sin dall’inizio una cosa semplice. C’era dalla mia una certa familiarità, avendo gestito progetti da quelle parti per una dozzina di volte, e aver fatto vari viaggi dal 2006 in poi, incluse alcune grane di cui mi ero occupato in Mongolia, nel momento in cui l’ebrezza mineraria aveva illuso il poco cauto Governo locale a mollare i miei amici Australiani per tentare di mettere un guinzaglio al Dragone, poveri illusi.

Poi c’era il fatto di vivere a Shanghai, megalopoli che mi ha sempre affascinato, per quello strano mix tra colonialismo e nuova China, con un’eleganza pari a via Della Spiga.

Di contro c’era Wuhan, e tutto quello che si è portato dietro, e l’incertezza di cosa ci fosse invece davanti. 

 

 

C’è voluto tempo per ottenere un primo visto che convincesse il Governo Chinese che la mia presenza fosse proprio necessaria: poi la deliziosa burocrazia del consolato dove io sono residente, che apriva per 90 minuti alla settimana, ha finito per coincidere con la terza, quarta e quinta ondata di Covid, e con un volo via Londra che non poteva più essere preso. Nel Gennaio 2021 sono finalmente partito, con un percorso che da Dubai mi avrebbe portato a prendere uno dei due unici voli che collegavano il mondo con Shanghai, via Zurich. 

Tampone negativo a Dubai, ma non stavo benissimo. Positivo in Svizzera, cazzo. “Amore, mi sono ammalato, ma stai serena” ho detto alle 7 di mattina a chi ha avuto l’avventura idea di condividere con me un pezzo della sua vita.

Non è stata una cosa semplice, ne piacevole. Ne sono uscito senza troppi danni, per fortuna, passando 5 settimane chiuso in una stanzetta. Mi ci son voluti poi mesi a recuperare completamente, ma la China è stata inflessibile: “ti sei ammalato? Non puoi più entrare qui”: oltre al danno la beffa mi verrebbe da dire.

Mi sono trasferito a Singapore, dove almeno vivevo sullo stesso fuso orario, dopo mesi di sveglie nella notte per sincronizzarmi col fuso orario di Beijing. Lì un intelligente e avanzato sistema sanitario mi ha vaccinato, rivaccinato e poi ancora, fino a collezionare 5 bollini sul mio certificato: un record. Nel frattempo la China è ripiombata nel suo incubo peggiore, chiudendo in casa decine di milioni di persone per mesi interi, fino a decidere che invece non fosse successo nulla, e lasciare che ci si ammalasse in modo politicamente corretto, contando unità dove la realtà erano milioni.

Sono stato tra i primi a ricevere il permesso di entrare nel paese, e spero tra una decina di giorni di verificare mi lascino anche uscire. Lunedì scorso sono atterrato nell’aeroporto Pudong di Shanghai, unico volo internazionale nella sera, anche se si stanno incrementando. “Back to Shanghai, finally” ho detto a chi mi stava aspettando da quasi tre anni.

 

 

Quattro giorni di immersione totale, quasi 12 ore al giorno assieme a chi in questi ultimi 30 e passa mesi ha visto solo la mia immagine dentro un computer: ologramma di uno sciamano che tentava di mettere a posto un’azienda, traghettandola verso una migliore sostenibilità.

Oggi invece sono tornato a muovermi in una città che intuivo cambiata, ma non così tanto.

Ho preso per mano la Signora Tedesca a Telemetro, e una Ragazzina Giapponese Full Frame (che ogni tanto è bello tradire la propria religione). Sono tornato a Luxum Park, a trovare gli anziani che ballano, praticano il tai-chi, cantano l’opera classica cinese, e suonano l’armonica a bocca. Ho preso la Strade dell’Amore, famosa – secondo la versione ufficiale – per la leggenda di due ragazzi alla cui unione le famiglie si opponevano, ignorando invece fosse una fila ininterrotta di bordelli e fumerie, con una tradizione che si era tramandata fino ancora all’ultima volta che sono stato da queste parti, nell’autunno del 2019.

Qualche segnale l’ho colto subito. Questa città è cambiata. Il covid ha spazzato via i wet market, i piccoli negozi del nuovo comunismo artigiano, gli stalli dello street food dove i sapori si mescolavano attentando alla tua capacità di assaggiarli. Nulla, non c’è più nulla: sostituito tutto da una impressionante catena logistica molecolare, che viaggia su milioni di motorette elettriche. 

Poi le alley, le case tipiche di Shanghai, dove il microcosmo del Partito aveva la sua vita di strada, e gli anziani raccontavano le storie che la vita aveva lasciato nei loro occhi.  

Tutto è sparito, fagocitato da uno sviluppo immobiliare che droga l’economia, e condanna anni di storia alla rilevazione degli abitanti e alla demolizione per far spazio a una rigida logica di profitto al metro quadro, con prezzi che superano abbondantemente anche le nostre più creative fantasie.

Mi pare di aver perso questa città, di aver perso un pezzo di mondo che mi interessava e affascinava. 

Gli scatti che vedete sono di oggi, girovagando per scoprire una città che non riconosco più. Prossima settimana vado a nord: prima a Beijing e poi più in alto, a guardare il mare dalla Provincia di Lialong, con la North Korea che si affaccia davanti.

Stay tuned!

 

 

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