È’ una costante comportamentale ricorrente, quasi un bisogno primario. È un’ immersione solitaria in un universo parallelo dove il pollice opponibile, e la sua rapidità, fanno la differenza evolutiva. È un darwinismo tecnologico che condanna all’estinzione la relazione fisica occasionale.

Parlo dell’uso del cellulare, che fa da riempitivo (se va bene) nei tempi morti, ma talvolta soppianta la relazione del presente a favore di un flusso binario, che avvolge la nostra esistenza, e colpisce le nostre ghiandole del piacere con fronde di “like”, a testimoniare il nuovo asserto cartesiano “clickko dunque sono”.

Abito in un palazzo di 77 piani, la smorfia della tombola direbbe “le gambe delle donne”. In effetti la popolazione variegata di professionisti, che soggiornano in questo spazio verticale, comprende un buon numero di bipedi lungi-gambe, normalmente avvitate su tacchi dall’altezza di treppiedi fotografici, che immergono il proprio io (normalmente leggermente ritoccato da sapienti bisturi), sotto un cappello a visiera, occhiali scuri, e cellulare in mano.

Riescono a risolvere anche i mitici cruciverba di Bartezzaghi o Ghilardi, semplicemente orientandosi sullo schermo con sapienza navigata e unghie laccate, la cui lunghezza compete con i più fini rapaci.

 

 

Le vedo migrare in sciami: tra le 7 e le 9 sono di yoga, personal trainer. Scompaiono poi durante le ore diurne, per celebrare riti iniziatici, e le rivedo, stupende, nell’ora che io considero dopo-cena, per loro l’uscita all’aperitivo. Il flusso notturno lo colgo solo quando atterro alle 3 di mattina e arrivo a casa per le 4. Beata gioventù, io non ho più il fisico.

I rappresentanti del sesso maschile non fanno eccezione: aria imbronciata e leggermente scazzata, mentre fingono di replicare a tsunami di business email, non notando che lo specchio e l’acciaio dell’ ascensore riflettono impietosi il loro swab destro o sinistro su Tinder, o talvolta un più innocente qualsiasi-gram. Il flusso di fanatici della propria immagine invece perfeziona il proprio look, in vista del successivo selfie contraddistinto da un orda  di #, tutti autoreferenziali e compiacenti nei confronti di se stesso.

 

 

Si, “chi è senza peccato scagli il primo iPhone”, dice il nuovo vangelo secondo Steve Jobs, non ne sono immune: passo su più schermi il 72% della mia giornata, ma mi rifiuto di farne un uso talmente continuativo da impattare il livello delle mie relazioni sociali, ben oltre quello di “eremita” nel quale ormai mi riconosco.

Alzo lo sguardo, cerco un contatto visivo, saluto (sia donne che uomini, a beneficio di chi pensa sia semplice broccolatore impenitente, e non un fanatico dell’educazione). Buffo vedere le reazioni, ma soprattutto i tempi che talvolta denotano una sorpresa così profonda, che nemmeno la storica emersione di Enzo Maiorca a base di bestemmie, il 22 Settember 1974, può fare da riferimento negli annali.

Ma (ed è da criminale cominciare una frase con una congiunzione, lo so), ma dicevo, continuo nella mia missione evangelica di conversione alla relazione umana.Continuo a salutare, continuo a relazionarmi, sia in salita che in discesa, per i 46 piani che separano il posto dove vivo con qualche Signora Tedesca a Telemetro.

Alza lo sguardo (dal tuo schermo), c’è una vita attorno a te” diventerà il mio mantra-OTIS.

Foto? Al Seef, sulla sponda destra del Creek, ai margini di BurDubai, alzando lo sguardo, mentre una Leica Q2 mi fa compagnia e mi aiuta a costruire ricordi.

 

 

 

 

 

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