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Sono oltre due mesi che non scrivo nulla sulle pagine di NOCsensei.

Sono state una decina di settimane scandite dall’agenda imposta nel mio strano lockdown, con una sveglia fissata durante la settimana sulle 2:30 di mattina, e una giornata lavorativa sincronizzata per la prima decina di ore sulla vita in Asia, e poi spesso trascinata avanti nella difficoltà di fare altro se non per girare come un criceto nel parcheggio di un complesso di uffici accanto a casa.

Io, abituato a cambiare continente almeno quattro volte al mese, giocando a rimpiattino tra i fusi orari e inventandomi quotidianamente scorci di vita in universi complessi, mi sono trovato più a viaggiare con le parole e le immagini di chi mi appariva in video, connettendo microcosmi concettualmente simili ma spazialmente distanti oltre diecimila chilometri.

Anche la fotografia, parte quotidiano del mio benessere sia mentale che fisico, ha subito una brusca battuta d’arresto, se si esclude la mania di documentare le mie colazioni, e inquinare il web-IG sotto l’ epiteto “Eat healthy and colorful”, e qualche scatto a Nyla, il Pastore Tedesco che mi ha adottato come suo umano.

Nessuna lamentela, ne compassione per questo, sia chiaro. Stiamo tutti bene, e in un mondo nel quale ci sono morte accanto oltre 32,000 persone, devo solo essere riconoscente a quel mix tra casualità e previdenza che ha permesso a tutti noi di non ammalarci. Le poche difficoltà che abbiamo vissuto sono state funzionali a limitare i danni: e questo approccio del “distanziamento sociale” pare abbia funzionato.

Voglio però riflettere su questo termine, mutuato dal “social distancing” anglosassone: non concordo affatto coll’uso che se ne sta facendo. Io non ho subito alcun distanziamento sociale, ho avuto limitatissimi contatti fisici. Sarebbe quindi più opportuno parlare di questa fase, e tracciarla nei libri di storia future come “physical distancing”, perchè invece, socialmente la vicinanza c’è sempre stata, anzi si è acuita.

Siamo stati vicini. Umanamente vicini.

Vicini a chi, negli ospedali, ha aiutato più gente possibile a non morire, e l’ha fatto con la discrezione della professione che giura sul testo di Ippocrate: vicini anche a chi, un piano sotto di me, ha perso il suo compagno di una vita, uno dei tanti che quel giuramento l’ha fatto e, nella sua San Giuliano ha trovato il contagio del Virus, e non è riuscito a tornare a casa, e dispensarmi le sue pillole di umorismo quando lo incrociavo nel portone.

Vicini all’amico, che da tempo si occupa della salute dei miei quadrupedi, uscito dopo 15 giorni di rianimazione, e che ha ancora la forza di sorridere, guascone dentro, mentre scherza sul dramma che ha visto: entusiasta della vita, malgrado Alien gli abbia ancora lasciato una tosse continua e affaticamento da tachicardia, al solo fare i pochi scalini dentro il suo studio.

Vicini a chi conosco da una vita intera, che ha perso suo padre, chiuso in una residenza, ma non abbastanza in tempo per lasciar fuori anche l’Assassino che se l’è portato via, senza nemmeno lasciare lo spazio alla catarsi di un funerale, un pianto, un bicchiere di vino a chi rimane solo nei nostri ricordi.

Vicini a chi, in California, si è trasferita nel deserto per riuscire a continuare i suoi allenamenti, costretta a correre quando la notte non ha ancora lasciato spazio al mattino, per evitare che i serpenti a sonagli escano dalle loro tane, in cerca del calore del giorno, e competano con i suoi polpacci in una gara dove il veleno si oppone all’acido lattico. Vicini a chi in Asia vedo lavorare con tre figli attorno, sorridente mentre le strappano la cuffia, perchè il “working” prima di essere “smart” è “truly human and emotionally sustainable”.

Vicini a tutti.

Si. Vicini anche al tipo che ieri, mentre pedalavo rasente il marciapiede in Corso Venezia, a bordo della sua Mercedes, malgrado avesse a disposizione spazio enorme nella carreggiata, ha ritenuto opportuno sfiorarmi e strombazzare il suo clacson, rimarcando l’egoismo nell’uso della strada. Non convinto che avessi capito ha anche platealmente alzato il braccio destro, con la mano tesa, nell’inequivocabile segno di chi-ti-ci-manda.

Ho vinto la tentazione di alzarmi sui pedali, dimostrando che la Fisica Aristotelica del Primo Movente Immobile si applica ai miei muscoli che, nella bellezza della sublimazione di forza e sudore in cinetica, fanno della bicicletta il più efficente mezzo di trasformazione dell’energia umana che possa esistere: forte la tentazione di raggiungerlo al semaforo, e dargli una sventola che gli avrebbe fatto trovare la mascherina sul coppino, per effetto di una rotazione del capo a 180 gradi, a memoria della simulazione cinematografica dell’Esorcista.

Ho poi capito la frustrazione e l’invidia: lui costretto all’unico movimento del malleolo per spingere in avanti il suo corpo, premendo sull’acceleratore e delegando ai cilindri del motore a combustione interna il resto del piacere. Io invece unione fisica con la mia Black Honey, la Single Speed che gli artigiani di Ciclistica hanno costruito una decina d’anni fa, sulle mie specifiche di stranezza geometrica ed essenzialità, realizzando una bicicletta Urban Cafè Racer che è puro piacere.

Ho quindi avuto compassione, ma gli vorrei dire “Ragazzo, prossima volta disseppellisco l’ascia di guerra, Hazet-36, e ti smonto quel clacson martellate”, che rimango sempre uno grosso e anche un filo permaloso.

Ad maiora …..

 

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