Lunga assenza, quasi 3 mesi che son scomparso.

Prima il lavoro mi ha fagocitato, poi – lasciato Singapore – qualche settimana passata nella canicola di Dubai, dove calore e luce accecante, oltre a un’umidità che ti appanna anche retina e cristallino, ti scoraggiano dal lasciare un qualsiasi ambiente ad aria condizionata. Ho regalato la pianta di benjamin che mi aveva accompagnato negli ultimi 7 anni nel Paese dei Castelli di Sabbia, ho rinnovato la registrazioni del 6 cilindri boxer che rappresenta un costante debito in multe per eccesso di velocità (basta superare i 120kmh, facile in un posto di autostrade), ho messo un po’ a posto casa visto che per i prossimi due anni la mia vita sarà a Singapore.

Solita serie di tamponi C-19, 7 in meno di 3 settimane, uno dei prezzi da pagare per continuare a volare tra continenti, e sono arrivato in Trentino per un paio di settimane di semi-ferie, mentre le conference call con l’Asia occupavano le ore prima e subito dopo l’alba. Una decisa svolta verso la pellicola che da qualche mese mi ha nuovamente catturato, e un po’ di pigrizia nel recuperare la chimica necessaria mi ha lasciato lontano dalle immagini, ma continuato a far volare nell’immaginazione. Poi nuovamente via, tornando a Singapore con un volo che, avendo l’Afghanistan chiuso lo spazio aereo, tende verso le 14 ore di durata.

E il 14 diventa il mio mantra, visto che appena atterrato, malgrado vaccinazioni e test, il Governo dell’Isola Stato organizza una quarantena centralizzata di 14 giorni: due settimane chiuso in una stanza d’albergo.

Ho perso il conto di quanto tempo abbia passato chiuso in una camera d’albergo dall’inizio della pandemia, nel Febbraio dell’anno scorso, ma temo siano ben oltre i 6 mesi, tra quarantene e lockdown: qualcosa che forse ha minato ulteriormente la mia socialità da eremita di clausura.

La lotteria dell’albergo assegnato, che non scopri fino a quando il bus dall’aeroporto non ti ci scarica davanti, stavolta è stata clemente per le accettabili dimensioni della camera, ma non certo per la vista, che da su un palazzo uffici ad una quindicina di metri di distanza.  Mi sono costruito il solito percorso che mi consente di fare avanti e indietro nella stanza fino a raggiungere i 4/5km quotidiani, sognando sempre più una passeggiata giù a Marina Bay o nei Bothanic Gardens. L’aspetto alimentare, anche quello centralizzato e senza possibilità di appello, mi lascia un po’ perplesso: valga come prova l’immagine sotto del breakfast, che mi è arrivato proprio mentre stavo scrivendo questo pezzo.

Potrò uscire domenica, e finalmente entrare a casa, nella parte did vecchia e storica di Chinatown, qui a Singapore, dove chi avrà la fortuna di passare da queste parti mi potrà trovare fino almeno alla fine del prossimo anno.

 

 

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