я не говорю по английски

я не говорю по английски, “Ya ne govoryu po anglyisky” (non parlo Inglese), mi dice, sorprendendomi: in una Babele dalle mille nazionalità, la lingua Inglese è la chiave d’accesso a tutto, a meno di non usare Arabo, Indi e Hurdu, andando a centrare la moltitudine di immigrati che provengono da un dovunque che ruota intorno al  Pakistan e sub-Continente indiano.

Si, l’Inglese qui è necessità, prima che vezzo: masticato e insaporito spesso col montone arrosto delle montagne del Pakistan, con curry rosso e verde del Kerala, con l‘adobo (piatto a base di aceto e aglio, mescolato a qualunque cosa si muova) delle Philippines, con una serie di altri piatti e spezia, l’inglese è la lingua franca che mantiene in equilibrio la moltitudine di immigrati negli Emirati Arabi Uniti.

Incontrare una persona che non lo parli, e mi si rivolga in russo è già di per sé una sorpresa, quando poi questa è una homeless, con attorno le sue coperte e i suo gatti, con tutta la sua vita in un paio di vecchie valige, la sorpresa diventa rispettosa curiosità.

 

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Un passo indietro: scorsa settimana sono passato a trovare il Folletto Giapponese, vestale della religione che adora la Signora Tedesca a Telemetro da Wtzlar, e non ho resistito a portarmi via l’ultima nata della famiglia M, con l’idea di usarla in China nei prossimi anni. Stamani, dopo l’ormai rituale C-19 test settimanale, obbligatorio per continuare a viaggiare anche in tempi di pandemia, ho preso per mano la Signora M10-R, il suo occhio preferito, il Summa-Cum_lux 35mm, e un interessante vetro Chinese (Laowa, 9mm f5.6, rettilineo).

Sono tornato a Deira, ormai l’unico posto di Dubai dove riesco a scattare fotografie senza generare forte perplessità e disagio in chiunque sia dalla parte opposta della lente.

Parcheggiato dove una volta c’erano i dhow che commerciavano con l’Iran dell’embargo, ora scomparsi e spostati in una zona meno visibile, ho camminato lungo il Creek verso il mare, costeggiando le “dinner boats” ormai in disarmo dall’assenza di turisti, e i caffè che facevano da punto di aggregazione per il melting-pot umano che incontri sempre nei porti, ovunque tu sia al mondo.

Quando l’ho incontrata mi ha guardato, due occhiali sul naso, un paio di lenti da lettura e e altre due da sole, e ha incrociato gli avambracci per segnalarmi, nel linguaggio internazionale dei simboli, che il caffè era irrimediabilmente chiuso: seduta sulle coperte, un quaderno davanti sul quale stave scrivendo, un gatto vicino, delle coperte accanto.

 

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“Can I take a pic?” Le ho chiesto, interessato da quel momento. Mi ha risposto “no English”. Ho provato con i rudimenti di Francese a Spagnolo, senza successo, poi quasi in una sorta di battuta le ho chiesto “Po Russky?”, cercando di spolverare qualche soprammobile linguistico che data a quando abitavo a Mosca nel 2006.

Un sorriso: mi risponde in russo, dicendomi che non parla inglese. Avesse avuto anche un accento italiano saremmo stato nell’ ossimoro perfetto della comunicazione linguistica.

Non vuole essere fotografata: qui essere senza casa, e vivere per strada, ha avuto solo recentemente una vaga tolleranza a causa del numero di persone rimaste senza lavoro, e senza mezzi per traslare indietro la loro povertà, nel paese dal quale sono arrivati, ma la linea della legge è chiara, e il rischio di prigione e deportazione una paura reale. Scambio con lei due frasi, usando una carrucola per attingere al pozzo profondo dei ricordi parole e sintassi, che la lingua dei nipotini di Lenin l’ho proprio smarrita, peggio che la retta via di Dante, nell’inizio della sua Commedia.

Gestiva una piccola agenzia viaggi, portando qualche contadino siberiano a bruciarsi la pelle al sole un paese che rappresenta per molti un sogno. Il business è morto: nei non ha più una casa, ne il necessario per pagarsi un biglietto di ritorno. Trattiene il fiato sperando che le cose cambino, e dalla Rodina i suo compatrioti ricomincino a visitare il Paese dei Castelli di Sabbia.

 

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Continuo a seguire il percorso che i miei piedi decidono, senza che ci sia il cervello a decidere una meta. Incontro la familiarità di una parte di Dubai che conosco e apprezzo per la sua realtà, ma del quale ormai poco genera curiosità, dopo oltre vent’anni che frequento questi posti.

La Signora Tedesca mi fa compagnia, e mi ferma i ricordi in immagini che mi permettono di condividere un momento di vita.

Scrivo a Ryu, gli sono grato per avermi fatto innamorare nuovamente della fotografia, quando ci siamo incontrati la prima volta, facendo nascere interesse, simpatia e amicizia reciproca. Il cervello fa poi inversione a U, e riporta il corpo vicino alla macchina: i sei cilindri contrapposti mi spingono verso casa.

Un caffè, mentre Lightroom sviluppa i miei ricordi, e mi viene voglia di raccontare un po’ di questa storia.

Слово—серебро, молчание—золото  (Una Parola è Argento, ma il Silenzio è Oro – vecchio proverbio Russo)

 

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