Visualmente, il proprio

In “In luogo d’aggiungere, fondere” citavo – oltre a William Turner, e sempre ai fini di speculazione fotografica – John Constable.

Mi riferivo a The Hay Wain, il carro da fieno.

Recentemente un critico – davanti ad un pubblico assiepato nella sala della londinese National Gallery ove il dipinto è ospitato – ha semischerzosamente affermato che in seguito a ciò che è comunemente noto con la sincrasi “Brexit” (cosa orrifica e deleteria, a mio parere) un perspicuo esame di “inglesità” potrebbe consistere nell’appurare se il DNA dell’esaminando contiene l’immagine del summentovato quadro.

Quadro che illustra una veduta agreste del Suffolk.

Dunque, visuali appartenenze per coincidenza abitativa e culturale retaggio.

Ma quanto un luogo appartiene davvero a chi ci ha a che fare?

Ebbene, ora dico una cosa azzardata: dipende da cosa si legge, oltre a dove si è.

Prima di parlare di carta stampata, però, occorre intendersi bene su cosa significa e comporta essere in un posto.

La fotografia a corredo di questo brano illustra un paesaggio altomontano.

Nessuno è veramente lì, nessuno abita su quegli erti picchi.

E tuttavia, la visuale mostrata è  de visu attingibile – seppur con un minor rapporto d’ingrandimento – a chi transita presso un Passo posto a discreta distanza.

Chiunque può arrivare a quel Passo, senza neppure bisogno di scendere dal veicolo semovente che ivi l’ha portato.

Certo, gli abitanti della sottostante valle lo potranno fare più spesso.

E gli abitanti della succitata valle vedono anche loro montagne, fuori casa.

Condividono quasi lo stesso clima, partecipano della stessa temperie culturale, mangiano cibi provenienti da simile fonte e prassi approntativa.

Così, quel paesaggio è loro.

Epperò, condividono la stessa lingua ufficiale con abitanti lontani appartenenti alla stessa nazione, e sono governati dalle stesse leggi.

Siamo pertanto al cospetto di una progressione inversa di comunanza.

Fino a che punto questo procedimento di sottrazione si può spingere, per circoscrivere la suddetta appartenenza?

Per il critico inglese il discrimine è la nazionalità.

Si può andare oltre?

Come – osando – anticipavo, esiste la lettura.

E la visione di film.

E come si è, rispetto a queste sollecitazioni esterne.

Si sottolinea spesso che Salgari s’è peritato a descrivere ambientazioni tropicali, senza mai essere stato colà.

Certo, non aver respirato la stessa ario è una diminutio non da poco.

Ma evocare cose determina una reazione emotiva che pone in relazione il dentro con il fuori.

Così facendo, fa vibrare consonanze e dissonanze.

Ed una consonanza racchiude in sé il concetto d’appartenenza,

Sono ancora gl’inglesi ad avere nella loro lingua la frase idiomatica “to be on the same page”, ad indicare un comune sentire.

Ecco, la fotografia: offrendo all’occhio, scatena psicologiche riverberazioni.

Che rimbalzano, rotolano, collidono, s’espandono.

Nella pentola sobbolle la propria natività, esperienza, cultura.

Visualmente, il proprio, è il titolo di questo articolo.

Una fotografia appartiene a chi la guarda per il modo con cui costui emotivamente l’introita.

 

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Claudio Trezzani

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