Verso l’esterno

Non guardare in camera.

Tendo a considerarlo un delitto, in fotografia.

Si sta realizzando un ritratto, il soggetto guarda altrove.

Sapete, da quando vi è il – sacrosanto – obbligo di mascherina sanitaria non fotografo più persone per Via.

Un tesoro celato, ed insomma.

Figuriamoci quando il tesoro è inoccultato, e tuttavia rifugge.

Spreco di risorse espressive, di potenzialità empatiche, di succose interazioni.

Guardare altrove, dicevamo.

La questione epperò non è manichea.

Perché là fuori qualcosa può aver colpito il soggetto.

Là fuori?

Fuori dal l’inquadratura.

Vedete, qui abbiamo due immagini.

Una fotografia di Alex Darash e un dipinto che raffigura la Musa Urania.

Già, Οὐρανία, la figlia di Zeus che ha la delega aziendale per astronomia e geometria.

Ecco, appunto, astronomia e geometria.

Due buone scuse per guardare fuori, fuori dal l’inquadratura.

Ha la patente sia per il dentro che per il fuori, Οὐρανία.

Per il dentro poiché da geometra conosce il rettangolo dell’inquadratura.

Per il fuori, perché da astronoma sa che fuori c’è il cielo.

La modella di Alex anche lei guarda fuori.

Una mirabile composizione memore di Caravaggio e di Velasquez non solo nella porzione superiore dell’inquadratura.

Già, ammirate – se v’aggrada – come morbida la luce si posa sulla sommità della camicia adagiata.

Come più intensamente sul seno, levigatamente sulla spalla, soffusamente sul viso.

E come gamba e natica palesino accostamenti tonali separati ma non bruschi.

Come la curva spinale, tenebrosa ma leggibile, conduca alla tricologica neritudine, innervata di sfumature potenti nel tratto ma tenui nei bagliori.

Di come la ciocca oscura per converso stagli il lobo auricolare.

Di come non vi sia un protensione univoca delle parti, e tuttavia non si percepisca un distonico irraggiamento centrifugo.

Sì: allo stesso modo in cui l’autore ha luministicamente giostrato acciocchè sia lontana tanto la bruciatura delle alte luci quanto l’inintelligibilità delle aree fonde, non vi è disarmonia, contraddittoria congestione di spinte.

Se è rilevante l’atteggiamento del viso verso orizzonti ignoti, altri fattori non assecondano ma nemmeno contraddicono.

È un insieme di misurata plasticità in cui plurime articolazioni concorrono ad una coralità semantica.

Vi sono più cose che fanno cose senza vicendevolmente lacerarsi, intendo.

Nell’intrecciato arazzo, rispunta quella Virtuosa Reificazione che in altre occasioni m’ero peritato coniare ed osservare.

Il corpo parla e dialoga con l’inanimato.

E la mente?

Non lo sappiamo, ma questo vale anche quando il soggetto ci guarda.

Manca la comunicazione, ma non la comunicazione tout court.

Ovvero: se il soggetto non guarda noi, ipso facto non è detto che non stia nutrendo interazioni.

Con il pensiero affondato in remotità, o con l’attenzione vigile volta a lidi parimenti inattingibili dal fotografo.

Inattingibili non del tutto, questi ultimi.

Se è qualcosa di visibile, potrebbe essere stato scorto anche da chi ritrae.

Già, chi ritrae.

Aveva davanti persone e cose, indi ha scelto.

Parte sta dentro, parte fuori.

Ma non può impedire il volo.

Vi è una osmosi, un travaso piacevolmente incontrollabile.

Si fissa, ma non si tarpa il librabile.

 

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Claudio Trezzani

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