Una questione d’angolo

È un topos.

No, non un topo.

Piuttosto, un tipo.

Anzi, un’archetipo.

Un tipico cliente Nikon, ma lo stesso vale per ogni marca.

Si professa Amatore Evoluto e dice: “Ho il 14 24, il 24 70, il 70 200. Ho speso diecimila euro, però adesso sono a posto”.

Volterianamente, il Migliore dei Mondi Possibili.

Come dargli torto?

Caspita, un obiettivo inizia dove finisce l’altro, senza sovrapposizioni.

Ed oltre i 200 mm, dice lui, “con tutti i pixels che ci sono adesso, ritaglio”.

E sì, Voltaire condividerebbe il suo entusiasmo.

Un momento, però.

Siamo sicuri che il cliente Non Topo Ma Tipo è a posto?

Sapete, fotografare è scegliere.

Lo si fa con l’inquadratura.

Così, una focale diversa dal normale aiuta a differenziare, ovvero a scegliere.

Con un minor angolo di campo si sceglie per definizione, escludendo.

E con un angolo di campo maggiore dell’obiettivo appellato normale?

Mostrare di più non sembrerebbe un buon affare: mettendo dentro più roba, si seleziona di meno.

Epperò, mostrando di più si fa vedere cose diverse dall’occhio umano, dunque si caratterizza.

Benvenuti nel mondo dei supergrandangolari.

Eccolo qui ancora il Tipo Non Topo.

Con il 14 24 copre tutto, così è a posto.

Ennò, che non lo è.

Odio le parole vaghe, ma in questo caso mi tocca affermare che il 14 24 è un obiettivo per specialisti.

Perché?

Prendere molto, son capaci tutti.

Come andare forte in rettilineo.

Prendere molto senza criterio, altrettanto.

Eppure, come mi diceva un grande fotografo, basta un millimetro per cambiare tutto.

È sottile il confine tra composizione riuscita e non.

Ma c’è dell’altro.

Con obiettivi così, il primo piano fa la differenza tra sensatezza e non.

Troppe fotografie vuote, là fuori.

Roba lontana allontanata, e niente vicino.

Ecco, fotografie vuote sia in senso visivo che metaforico.

No, bisogna trovare roba buona vicino, con questi obiettivi qui.

Che stacchi i piani, che conferisca personalità, che guidi lo sguardo.

Eppoi, massima attenzione.

Bolla, bolla, bolla.

Basta un niente, e le cose schizzano via per la tangente.

E gli umani?

…cosa avete detto?

Sapete, in alcuni casi non basta nemmeno un 12 mm su formato Leica.

Si, non sto scherzando.

Quando lo scenario è adeguato, si può desiderare un angolo di campo ancora maggiore.

Mi è capitato più volte.

Ma quale obiettivo scegliere?

La tentazione intraprendere una lunga descrizione è forte.

Ho usato supergrandangolari Canon, Nikon, Sigma, Tamron, e li ho amati tutti.

D’altronde, in Rete sono reperibili mie minirecensioni di ciascuno.

Qui no, meglio stare sulle generali per evincere linee/guida.

Per esempio, il trattamento antiriflessi.

Con tutta quella roba lì da mettere dentro, può capitare pure il disco del sole.

Schemi ottici elaborati non aiutano, specie negli zoom.

In alcuni casi, anche blasonati, rinunciare ad uno stop di apertura massima aiuta.

Costano meno e conservano di più il contrasto, in controluce.

Poi, la planarità.

Un caso, blasonatissimo.

Pressoché il miglior supergrandangolare del mondo.

Eppure l’esemplare che ho provato faceva una cosa brutta: davanti ad una libreria, si leggevano i titoli in costa a destra, e a sinistra no.

Le tolleranze di produzione esistono per chiunque, e il supergrandangolare è impietoso in fatto di allineamento.

Insomma, questi obiettivi qui vanno maneggiati con cura, ditelo per favore al Tipo Non Topo.

Siate inoltre consapevoli dei progressi nella progettazione: odiernamente, non tutte le focali fisse sono migliori dei migliori zoom.

Volete  ora scoprire l’affascinante universo racchiuso in ogni vetro?

Chiedete di Marco Cavina.

 

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Claudio Trezzani

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