Una frequenza… spaziale.

Non è possibile combattere contro la matematica.

Ancor meno ingaggiare lotta con la geometria.

Non che gli scienziati s’astengano dal periodicamente rivedere le loro posizioni.

Ma è arduo postulare che si spingano ad affermare un sensore di compatta essere più grosso di quello d’una Phase One.

O la pellicola di un banco ottico essere meno estesa di quella pigiata entro una Minox.

Non c’è niente da fare, come ben sa l’eccellente Marco Cavina: no replacement for displacement.

È tutta una faccenda di frequenza spaziale:

il rapporto intercorrente tra la superficie destinataria al raccoglimento del dato, e quella della rappresentazione.

Più la superficie da impressionare è ampia, meno si dovrà ingrandire “dopo”.

Qualità degli obiettivi e – se del caso – del processamento pre e post produzionale svolgono un ruolo rilevante, ma sempre “a latere” del summenzionato presupposto di base.

Sapete, recentemente ho dovuto sostituire la mirrorless di formato aps-c che – dotata di obiettivo collassabile – tradizionalmente occupa un contenuto spazio nel mio zaino, accanto a dispositivi di ben altro ingombro.

È una Fujifilm, ne sono oltremodo soddisfatto, reputando il sistema di cui fa parte il migliore nel suo ambito di taglia.

Probabilmente arricchirò la dotazione con una o due focali fisse di ridotte dimensioni, ma la corsa finirà lì.

Per quale motivo?

Oh, certo, esistono obiettivi marcatamente luminosi espressamente progettati per il summentovato sistema, segnatamente nel settore grandangolare, “normale” e moderatamente “lungo”.

Consentono di togliersi “voglie” precedentemente inappagate con sacrificio monetario insospettabilmente modesto.

Ma volete sapere una cosa?

Sì, lo so che la sapete già.

Un obiettivo f1, 4 di formato aps-c ha – a parità di altri fattori – la stessa profondità di campo di una corrispondente lente nel formato Leica che non possa aprire più di f2.

Dunque il dato assoluto dell’apertura vale sì ai fini della raccolta di luce, con positive ricadute su gestione dei tempi di otturazione e dell’amplificazione del segnale, ma non sortisce un piacevole assottigliamento dell’area a fuoco, in relazione alla succitata comparazione.

E se consente di salire meno con gli ISO, il comportamento in base a quest’ultimo parametro risente della minore estensione del sensore rispetto ad un ventiquattro per trentasei.

Sempre a parità degli altri fattori, s’intende.

Ecco perché se i soldi crescessero sugli alberi e una Legge stabilisse che non occorre rimborsare il contadino quando le banconote cadono da rami che sporgono sulla strada oltre il muretto a secco, girerei con un furgone zeppo di grandi formati a sensore.

Con una avvertenza, epperò.

Esistono occasioni in cui scelte differenti consentono di colmare nicchie d’impiego.

Vedete, tra le due fotografie a corredo di questo brano, quella che mostra una piazza di notturna incipiente innevatura?

Io soffro a guardarla, e mi sta a cuore che per il Vostro bene non indugiate avanti essa.

Ciò in quanto è di resa stomachevole.

Non poteva essere altrimenti, è il parto di un telefonino.

E cos’è quell’aggeggino che incertamente spunta dallo stativo?

È un Dji Pocket 2, camera compresa entro un sistema di stabilizzazione meccanica a tre assi.

Ha un sensore di 1:1,7 pollici, giusto meno lillipuziano di quello da 1:2,3 pollici del modello che ha sostituito.

Così mi sono deciso all’acquisto, avendo – beninteso – chiari i limiti insiti nella caratteristica.

Epperò, eccolo lì ad operare.

Una abiura di stampo rinascimentale, giusto per evitare gli strali – e le fiamme che inceneriscono le carni – del cardinale Bellarmini?

Nossignori, è solo che in talune occasioni – in questo caso, un motionlapse di trenta minuti con determinate impostazioni di scatto – mi serve anche lui.

E qui approdiamo all’altra immagine allegata a questo articolo.

Sì, quella che ritrae il suolo cittadino.

Passavo di lì, avevo in tasca il… pocket, tanto per… uniformità etimologica.

Una cosa impreveduta, un dispositivo estemporaneo, un successiva cucina zione al computer.

Sapete, non ho dimenticato la faccenda del “no replacement for displacement”.

Se mi trovate una Viper da otto litri e quattro a poco prezzo, poi mi godo la coppia infinita che sgorga sin dal minimo.

Ma in Fotografia conta l’intera tavolozza.

Grandi formati uber alles e ca va sans dire, proprio perché la cosa è valida anche in Germania e Francia.

Ogni fibra del desiderio rivolta a loro, ed insomma.

Ma talvolta anche un minuscolo pennello s’attaglia al fine.

 

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Claudio Trezzani

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