Una foto al millennio

Sta divenendo in voga – ed è una virtuosa moda – sequenzialmente ” temporizzare” ritrazioni di un soggetto, più frequentemente che di un oggetto (eccomunque, il soggetto è prevalentemente catturato a parità d’ambientazione).

Mi riferisco alla seguente prassi: una foto al giorno – al mese, all’anno – di una stessa persona, per un lasso di tempo il più possibile prolungato.

Tale intento esige costanza che deriva da vigorosa motivazione.

Qui però non siamo alla metastoria dello storico Aldo Ferrabino.

Più semplicemente, si tratta di dare una poderosa sferzata al tempo che scorre, condensando in un pugno d’istantanee eventi di graduale formazione.

Suggestivo approccio, questo: rendere evidente ciò che fisiologicamente non lo è.

Ciò che “fisiologicamente” non lo è?

Sapete, un tempo urtai una gomma d’automobile lungo un marciapiedi.

Ignorai – nemmeno saggiai – il danno al derivato dal caucciù e più non ci pensai.

Le conseguenze improvvisamente si materializzarono molto tempo dopo: percorrendo una curva a velocità appena superiore all’ordinario, incappai in ciò che comunemente s’appella “testacoda”.

Cosa era successo?

Lo rivelò l’esame del battistrada: l’usura era marcatamente irregolare, frutto del summentovato primigenio urto, che aveva starato la convergenza degli pneumatici.

Il fenomeno di disallineamento, epperò, si verificò con tale lentezza che ebbi modo di abituarmi gradualmente al deterioramento del comportamento, senza in sostanza avvedermi del processo in atto.

Così è anche per le fotografie.

Una persona, dal suo interno, non può accorgersi appieno di ciò che accade vivendolo.

Le trasformazioni, eccioè, si palesano nella loro nettezza solo confrontando momenti diversi e lontani con “brutale” accostamento.

E se il proposito umano può sopperire alla caducità della vita biologica (un fotografo può fotografare un soggetto – tipicamente, sè stesso – solo per una manciata di consecutivi decenni) in misura limitata e non esaustiva, il metro del mondo ha ben altro respiro.

Già, il “metro” del mondo.

Più d’un illustre latino aveva cara l’espressione “gutta cavat lapidem”.

Sì, la goccia scava la pietra.

Come nelle due immagini a corredo di questo brano.

Va da sé: tale dinamica esige tempi estremamente lunghi per poter essere verificata, tempi incompatibili con una singola umana esistenza.

In tale prospettiva sarebbe idealmente stimolante indire un concorso dal titolo: “una foto al millennio”.

E tuttavia, anche senza abbracciare tale “astronomico” intervallo, il morituro fotografo s’innesta su di un disegno più grande eddunque sublime: essere la staffetta di un viaggio.

Il fotografo è la staffetta di un viaggio poiché il suo agire s’inscrive nell’immane flusso del vitale succedersi, generazioni dopo generazioni.

E così che il soffio non s’estingue.

 

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Claudio Trezzani

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