Una forma precipite della natura.

Bellezze celate, sovente. Non s’offrono ad immediato sguardo, raggiungerle può risultare impervio. Quando l’intento fotografico si salda con il godimento naturalistico e con l’impegno fisico la soddisfazione è massima. Sto parlando delle cascate.

A differenza dell’approccio umano, quello fotografico vede un limite direttamente proporzionale alla dimensione della cascata: più essa è ampia, alta e con generosa portata d’acqua, maggiore è la distanza che ci impone: il pulviscolo acqueo che genera non è tollerato dalle lenti frontali dei nostri obiettivi.

Rimedio non vi è: o la visuale è sgombra e si possono impiegare focali lunghe, oppure la desiderata inquadratura non può essere realizzata. Si potrà facilmente obiettare che una soluzione potrebbe essere rappresentata dal binomio panno/breve esposizione: il fatto che non sia così ci conduce all’introduzione di un altro binomio, questo sì pertinente: quello stativo/filtro.

Ciò in quanto un espediente tecnico di uso particolarmente appropriato al cospetto di una cascata è il ricorso ad una lunga esposizione. Essa, come si sa, per essere effettuata abbisogna di assicurare la fotocamera ad un solido supporto. Ma per ottenere una esposizione sufficientemente prolungata da far risultare “setosa” l’acqua la luce della scena nella maggioranza dei casi risulta troppo abbondante.

Ecco così emergere il ruolo di un filtro a densità neutra: affinché lo scorrere dell’acqua sia deprivato di una filamentosa nervosità, apparendo invece come una entità morbidamente fluida, occorre esporre per almeno una ventina di secondi (oltre i trenta, raramente i sessanta a seconda del modello di fotocamera, occorrerà fare ricorso alla modalità “bulb”, la quale potrà essere governata da un cavo di scatto remoto, un telecomando od una applicazione in comunicazione wi fi).

Per ottenere questa trentina di secondi il ricorrere alle regolazioni “interne” della macchina non è sufficiente per più d’una ragione: la sensibilità ISO minima impostabile al più s’attesta attorno un valore di 100, mentre la più bassa che un particolare modello consente registra un valore di 32, calcolando una estensione non nativa verso il basso di fattore 1 rispetto ad un valore nominale di 64 (così in ambito digitale non si è ancora approdati ai valori conseguiti in pellicola, anche se questa introduceva, nelle lunghe esposizioni, problemi di reciprocità). Occorre poi notare che le sensibilità “derivate” possono presentare una gamma dinamica leggermente meno estesa, il che potrebbe implicare una meno evitabile bruciatura delle alte luci proprio sul flusso acqueo.

Anche l’altro parametro su cui si può intervenire in camera per ottenere la massima durata dell’esposizione compatibile con una corretta luminosità va soggetto a limiti. Qui il limite non coincide con il più elevato valore impostabile (f 64, 45, 32 a seconda del modello di fotocamera) bensì con un valore tale da non rendere evidente l’effetto della diffrazione, quel fenomeno ottico che riduce nitidezza e contrasto nelle immagini. Il limite è direttamente proporzionale alla dimensione del supporto da impressionare.

Personalmente, in medio formato tendo a non oltrepassare f 13, in formato Leica f 11, in aps-c f 8. Anzi, anche in formato Leica per lo più mi attesto attorno ad f 8 (fatte salve esigenze di regolazioni diverse dovute a necessità di profondità di campo) per inseguire il valore apicale di resa dell’obiettivo. A tal proposito, ho mandato a memoria il diagramma MTF di ogni obiettivo che posseggo, rispetto al suo andamento ad ogni apertura e, se del caso, focale.

Ora abbiamo regolato la sensibilità del sensore al minimo valore, (oppure abbiamo caricato la fotocamera con una pellicola a basso valore ASA, anche di 25) e impostato un valore medio di apertura del diaframma. E il filtro a densità neutra?

Mi accorgo di avere già ora ecceduto la quantità media di parole che generalmente profondo in questi articoli, tale è la molteplicità di aspetti che caratterizzano la ritrazione fotografica delle cascate.

Mi vedo pertanto costretto a differire la prosecuzione di questa trattazione in un prossimo articolo.

 

 

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Claudio Trezzani

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