Traverso specchio

Through the Looking Glass, la celebre prova letteraria in cui Charles Lutwidge Dodgson rende protagonista Alice.

O il mito di Narciso.

Traverso specchio, ed insomma.

Solo riflessi?

Impossibile decretarlo con manichea perentorietà: è una osmosi tra ottica ed ontologia.

Tra ottica ed ontologia poichè afferisce tanto alla percezione visiva quanto alla ricerca dell’essenza.

Sapete, una inquadratura che particolarmente amo è quella – realizzabile solo con fotocamere subacquee – che vede l’orizzonte nella sezione mediana dell’inquadratura, a separare aria ed acqua.

E’ così un disvelare, nel rappresentare.

Non è il caso delle due fotografie a corredo di questo brano.

Epperfortuna, che non lo è.

Perchè qui, non disvelare, giova.

Fornire indizi, piuttosto.

Fornirli ed esimersene, meglio.

Esimersene in quanto non si vuol sottrarre spazio all’evocazione.

Una visione zenitale terrestre sopra superficie liquida ad un tempo mostra e lascia intuire.

Ecco, le foglie di Diana Danelli.

Fulgida cattura d’autunnale suggestione.

Calde cromie ch’esprimono struggimento per ciò che tornerà ma or par irrimediabilmente perduto.

Lor grafia icasticamente stagliasi, ma stemperasi nella sfocata morbidezza dello sfondo, che in realtà reca abbozzo della scaturige, l’albero da cui son cadute.

E prospetticamente colloca senza prevaricare.

Lo fa perché in tal guisa ci si avvede dell’orientamento, ma tale consapevolezza non induce a soffermarvicisi.

Non induce soffermarvicisi poiché si viene resi edotti del contesto, ma non vi si attribuisce soverchio peso.

Si torna al componimento di C. L. Dodgson:
fu concepito in tale simbiosi con l’illustratore John Tenniel, che Dodgson si risolse non dare alle stampe un capitolo perché non si sufficientemente prestava alla mediazione visiva di Tenniel.

Già, mediazione visiva.

Dall’occhio che vede parole scritte e se ne forma mentale rappresentazione, all’occhio che vede immagini e se ne forma materiale…

No, non materiale!

L’occhio è lo stesso, gli stimoli differenti, ma l’operazione estrattiva ed astrattiva che si chiede al cervello è la medesima.

Metafora gioca in entrambe i casi, pur in diversa specie.

Del resto, lo stesso Dodgson chiedeva traslato sforzo a chi leggeva.

Qui, lo stesso: fotografia chiede a chi guarda di essere simultaneamente presente ed altrove.
Kunie Sugiura, ora.

Soffusa pellicolare trama, lo scatto è analogico.

Tenue sericità che collabora alla velitudine tracciata su mondi.

Sì, velitudine tracciata su e tra mondi.

Il fotografo è testimone di progressiva evanescenza.

Progressiva evanescenza in ragione della profondità e/o del mosso.

Della profondità e/ del mosso poiché le sagome dei pesci sono più o meno intellegibili a seconda di quanto s’inabissano o della velocità con cui si dimenano.

Come dire: ti lasciamo intravedere il mondo di sotto, ma decidiamo noi quanto.

E ci vedono davvero, da sotto.

Trovate una fontana popolata, noterete che sue creature spiano nostri movimenti.

Il virato monocromatismo della sublime immagine di Kunie apporta vibrazione entro una cifra stilistica che si bea di potenti chinati grafismi.

Metafora gioca, dicevo.

Sempre gioca, in Fotografia.

La mente vaga, indi s’appunta.

S’appunta con univoca singolarità, in ognuno.

Laddove a nessun altro è dato approdare, ogni volta.

 

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Claudio Trezzani

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