Traverso immagine

In “L’alterazione immaginistica” accennavo a Marshall Mc Luhan e di come il… come influenza il cosa.

Al di là di facili alliterazioni, in quel precedente articolo affermavo che il fenomeno reca ripercussioni psicosociali, e che la percezione delle realtà visuali differisce a seconda che chi guarda sia fotografo oppure no.

L’evoluzione della tecnologia mi fornisce ora nuova linfa per sviluppare l’argomento.

L’eccellente recensore automobilistico Alex Dykes prova un prototipo coreano.

Lo schermo centrale tra le varie visualizzazioni ne presenta una in grado di configurare il comportamento dinamico della vettura.

È uno dei tre screenshot allegati a questo brano, e si nota che le varie funzioni sono commutabili con l’azionamento diretto del dito su di una figura geometrica che all’origine è stellare.

Indi la seconda immagine: raffigura il nuovo comando denominato “warpe” presente a partire dalla nuova versione 17 del pregevole – è usato anche ad alto livello nell’ambiente televisivo statunitense – software di postproduzione videografica DaVinci Resolve, dell’azienda Blackmagic, quella che per prima ha reso semipopolare il formato raw nei filmati.

La summenzionata funzione consente di regolare con precisione ed efficacia determinati parametri.

Come vedete, si tratta sempre di trascinare punti entro una figura geometrica.

La terza immagine, infine.

Tratta ancora dal summentovato schermo automobilistico, ci mostra una rappresentazione grafica di valori assimilabile a quella che in ambito fotografico è relativa a istogrammi di luminosità.

Certo, anche i non fotografi da tempo usano i grafici in PowerPoint o Excel.

E sì, i grafici esistevano ben prima che inventassero i computer.

Ma qui la questione è più articolata.

Due le chiavi di lettura principale.

La prima, la psicologia del movimento e della localizzazione interfacciata al segno.

Sappiamo che – in fotografia come in scrittura – la direzione orientativa ha un impatto sulla percezione.

Le inquadrature ne tengono conto, e il posizionare elementi determina pesi e genera reazioni emotive.

In due dei casi qui citati si chiede inoltre al fruitore un ruolo attivo.

Egli deve gettarsi fisicamente sull’immagine ed elaborarla per un fine terzo.

Per un fine terzo, in quanto l’alterazione geometrica provocata dal trascinarsi del suo dito determina una modifica della figura non intrinsecamente rilevante, bensì funzionale ad una azione terza (il mutare di caratteristiche meccaniche ed acustiche).

Il rapporto tra le due istanze esprime il notevole significato relazionale del binomio azione/reazione.

Si fa una cosa per ottenerne un’altra, e il processo passa attraverso una costruzione pittogrammatica.

La quale ci conduce direttamente alla seconda chiave di lettura, quella del segno tout court.

Ebbene sì, siamo tornati egiziani.

Ovvero utilizziamo elaborazioni iconiche quali sintesi linguistiche.

Come gli antichi geroglifici, appunto.

Evidentemente tale mediazione visuale preesisteva ai giorni odierni: non da ora esistono i cartelli stradali o i simboli di stilizzazione sessuale che orientano all’ingresso gli utilizzatori di servizi igienici.

Ma le succitate dinamiche visuali presentano due specificità quantitativamente e qualitativamente inedite:
la pervasività e la richiesta dialogica.

Quest’ultima consiste in quanto sopra spiegato, che ricapitolo:
la prassi che conduce al risultato ha per momento mediano un intervento “altro” che non prescinde da una realizzazione schematica individuale che pone in essere una momentanea opera di concorrenza visuale.

Il dito si muove, l’occhio lo segue; la mente elabora ed assiste ad un tempo; la conclusione dell’operazione non è concettualmente complanare.

La complessità e la diversità dei componenti in gioco è di vasta multiformità, disegnando scenari che s’irraggiano in imprevedute direzioni.

E la Fotografia, sorniona aleggia.

Potentemente influenza, si sia o no consapevoli dei suoi meccanismi.

 

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Claudio Trezzani

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