Trasversalità espressiva

Confido conveniate con me circa l’inopportunità di usare una volta di più la frustra espressione “scrivere con la luce”.

Perché frustra?

Sapete, è come la faccenda di “questa Porsche SUV va come una 911 di 10 anni fa”.

La frase era appiccicata ad un riassuntino a lato di un listino, ad opera di nota rivista del settore.

Ebbene: ogni tanto accade che  qualche appassionato la proferisca esattamente uguale, giusto per mostrarsi addentro le Segrete Cose.

La stessa cosa avviene con “scrivere con la luce”, locuzione solitamente vantata da chi non conosce la lingua da cui etimologicamente proviene (il greco).

Dunque, fotografare non è scrivere con la luce?

Lo è, lo è, anche se tale definizione concede al suggestivo ciò che sottrae alla precisione individuatoria.

Talvolta, epperò, la fotografia scrive e basta.

In quel forme essa scrive tout court?

Nell’immagine a corredo di questo brano, a titolo meramente esemplificativo.

Se nel precedente articolo “Traslato erotismo” presentavo uno scatto dronuale ottenuto in cava, ed esso era lussureggiante e lussurioso per i motivi che nel pezzo precisavo, anche la fotografia a margine di questo articolo è stata ottenuto con il drone in elevazione zenitale presso una struttura escavativa, ma qui non vi è erotismo.

Qui, si scrive e basta.

Cosa è scrivere, visualmente?

Tipicamente, tracciare segni neri su fondo bianco.

Qui, succede.

E la veicolazione, direte giustamente Voi?

Continuando, sempre Voi: quando lo scrivere è fissazione di linguaggio, esso consta di simboli convenzionali che richiamano cosa altra.

Ecco, appunto, Cosa Altra.

Non conta più ciò che vediamo – preciserete – ma il fatto che siamo al cospetto di un codice che ci conduce in un territorio alieno rispetto alla pura raffigurazione.

Che dunque non è più raffigurazione in accezione estetica, bensì funzionale.

Ma la Cosa Altra può ruotare ancora.

Può muoversi ancora trasversalmente, la Cosa Altra.

Queste ramificazioni sul terreno non corrispondono a lettere dell’alfabeto?

Bene, ma a loro volta sono Cosa Altra rispetto alla letteralità della riproduzione: non pensiamo più alla cava che è, ma all’astratto dipanarsi di una astratta tessitura.

Non è uno scrivere per inanellare parole, è uno scrivere nell’usare lo stesso mezzo grafico per tracciare un racconto visuale deprivato di memoria storica ma arricchito di arte involontaria.

L’arte involontaria che scaturisce da una armonia figlia del caso.

Meglio: da una non disarmonia che trova lirismo nella coralità di elementi accostati.

Ed insomma – e meno male – è ciò che seguita avvenire, quando si fotografa: cose esprimono non solo intrinsecità, ma disposizione a trasversali viaggi, con dentro vertigine rispetto a presupposti, percezioni, esiti.

 

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Claudio Trezzani

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