Trascinare il tempo

Stampe d’epoca.

Come le fotografie di oggi, rispetto all’istanza documentativa.

Ma non esattamente come oggi: gl’illustratori d’allora talora si prendevano alcune libertà, non restituendo con veridicità ogni particolare.

Che emozione, eccomunque!

Soprattutto quando l’aspetto degli stessi luoghi risultava rivoluzionato per la presenza od assenza di elementi fortemente caratterizzanti.

Un esempio su tutti: l’acqua dei canali scomparsi, a Milano.

Ed il percorso inverso?

In Fotografia, si tratta di riportare in vita cose scomparse.

Riportare in vita?

Qui il discorso si fa complesso, o per lo meno biforcuto: in una punta gli oggetti; nell’altra le situazioni.

Per ora sto sul generico (“situazioni”) per non interferire con la progressione logica.

Si è presa abitudine – in Fotografia – di vestir modelle con capi desueti.

Certo, nel cinema lo si è sempre fatto.

Ma in Fotografia la citazione si fa parafrasi in modo più puntuale.

Si fa parafrasi in modo più puntuale non solo perché il singolo fotogramma consente una ricostruzione più accurata, ma soprattutto perché in Fotografia la citazione può trovare una valenza univoca e speculare.

Univoca e speculare quando la fonte ispirativa è tratta da un singolo dipinto.

Molti conoscono – per rappresentazione più spesso traslata che non fisicamente presente – il dipinto di Vermeer che si suole appellare come La ragazza con l’orecchino di madreperla.

Ne è derivato un film, che però – come detto – in quanto tale s’inserisce nel solco di una tradizione evocativa in generale persino abusata.

Grazie al cielo, però, sul set vi sono i fotografi di scena che – come in una delle immagini a corredo di questo brano – sono in grado di restituir congelando in maniera singolarmente declinata e finemente particolareggiata la pienezza dell’atto ricostruttivo.

Ciò sta dando luogo ad un filone che sempre più fotografi abbracciano, con intenzione primigenia  e svincolata da altrui espressioni cinematografiche.

Ora possiamo tornare alla faccenda di riportare in vita cose scomparse, e al discorso biforcuto che vede in una punta gli oggetti e nell’altra le situazioni.

Ecco, è giunto il momento di sostituire il lemma “situazioni” con il termine “persone”.

Al riguardo, ho titolato questo articolo “trascinare il tempo”, ma ciò è  evidentemente possibile solo in parte.

Ciò in quanto sebbene vi sia spazio per la più precisa pregevolezza nel riprodurre – più che estese ambientazioni – tessili finizioni, manca un fattore per poter definire l’equazione esattamente conclusa: l’umana palpitazione.

Oh, non quella inerente all’ineludibile intrinsecità ed individualità di ciascun essere umano rivesta quei panni:
la vibrazione si rinnova ogniqualvolta in quei panni qualcuno entra.

Dunque, in questi frangenti siamo sempre al cospetto d’umana palpitazione, ma non quella d’allora.

Evidentemente, i pensieri e le emozioni di chi vestiva quei panni quando essi erano in voga non possono essere gli stessi di chi li riveste oggidì.

Altrettanto evidentemente, la non coincidenza avviene sia in rapporto alla percezione del vestire, sia in relazione alla concezione complessiva del vivere.

Estrapolando senza contestualizzare queste mie ultime considerazioni si potrebbe a ragione inferire che scopro l’acqua calda, agitando lapalissiane e pleonastiche ovvietà.

Epperò, a registri timbrici differenti corrispondono diverse declinazioni che fanno capo ad intenti ed esiti compositi.

Quando un abito d’epoca è indossato ad una festa in maschera, la cifra predominante è quella della parodia.

Parodia che lambisce l’irrisione pur senza del tutto intridersene.

Nel caso di un lungometraggio, invece, lo spettro espressivo è  più ampio: parodia, subordinazione a linguaggio, subordinazione ad istanza retrodocumentativa.

In Fotografia, epperò, la cosa appare in una sorta di struggente metaforica nudità.

Struggente metaforica nudità perché vi è un vestito, una singola persona, un’unico atto che svela la relazione.

E l’abbinamento tra cosa che non è più e persona che vive il presente reca in sè sia i crismi della dicotomia che di una vagheggiata appartenenza.

Ecco, la Fotografia: ogni volta è quella e non altra; ogni volta la frizione degli elementi genera un risultato unico epperciò imperituro.

 

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Claudio Trezzani

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