Tra seme e segno.

Aprire le parole è scoperchiare lo scrigno del tempo per proiettarlo nel futuro.

“Aprire” le parole?

Sì, proprio così.

Guardarci dentro attraverso l’etimologia consente di fare ciò che ho appena illustrato nell’incipit di questo articolo.

Delle eccellenti fotografie di Fuyuhiko Natsume possiamo allora affermare che stanno tra seme e segno.

Seme viene dal latino semen, che ha la radice di serere, seminare.

E fecondare.

Figurativamente:  origine, principio, causa.

Segno deriva invece da signum, ma circa l’origine remota i filologi non sono concordi.

Si spazia comunque dal concetto di mostrare a quello di essere adeso.

E in linguistica: rapporto tra significato e significante, detto in breve.

E’ giunto il momento di tornare alle immagini di Fuyuhiko.

Cosa più d’un albero è legato ad un seme?

Ci sono spesso alberi, negli scatti di Fuyuhiko.

In una delle tre sue opere a corredo di questo brano, la pianta danza solinga.

Lo fa per protagonismo, e per asciuttezza.

Ne ha ben donde, di essere protagonista.

Il terreno è il suo ascoso palcoscenico.

Perchè lì s’innerva, da lì viene, lì opera in espansione non solo sotterranea.

Ma dal seme passa al segno, l’albero di Fuyuhiko.

Per asciuttezza, scrivevo.

Asciuttezza, prosciugamento, purificazione.

Non è più albero, diviene pregnante graffio.

Graffio, grafismo, tratto che gode d’autonomia linguistica in direzione astratta.

Poi Fuyuhiko traccia una diagonale ferita.

E’ il torrente, sempre circondato da neve.

Ancora natura, ancora fecondante biologia, ancora seme che si fa segno.

La terza immagine, ora.

L’albero s’accompagna a un metallico recinto.

Fitto, solenne, evoca impassibilità od anche ferocia (campi di concentramento, lo fossero).

Due pronunciate dissimilità: è un manufatto, non frutto di spontaneità.

E non feconda, semmai separa.

Accostamento peregrino, eddunque?

Nient’affatto: Fuyuihko sa quanto ogni cosa si fonde ed amalgama, quando il segno è significante in concentrata riduzione.

Non è più un declivio colmo di punteggianti cose.

E’ un arazzo, ora.

Sapore bidimensionale senza rinnegare la tridimensionalità.

Insieme di dialoganti elementi che non pensano più ad origine e funzione.

E’ un olismo, ora.

Dal greco ολος, tutto.

In biologia, una totalità organizzata non riconducibile alla semplice somma degli elementi componenti.

E’ questo che fa la Fotografia.

Organizzare, con fervorosa contemplazione.

 

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Claudio Trezzani

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