Tra Naghol e Nikon

Non ho mai fatto “Naghol”.

“Naghol”?

Sì, il tuffo con una liana legata alla caviglia.

Ci si arrampica su di una torre di legno alta oltre trenta metri, eppoi ci si butta.

Perchè non l’ho mai fatto?

Per tre ragioni:

  1. non appartengo alla tribù Sa.
  2. non abito sull’Isola di Pentecoste.
  3. avrei paura.

Soprattutto il terzo motivo.

Cospicua, attanagliante paura.

In compenso sono bravo a far cadere le cose, anzichè me stesso.

Avete presente la serie di zoom Nikon con apertura massima variabile tra f 3,5 e f 4,5?

Una pletora, lungo gli anni.

E con estremi variabili.

In alto anche 105 mm.

In basso si è osato più recentemente.

Da 28, a 24.

Non che sia una benedizione indiscriminata.

Come col tempo si è “tirato” dei 35 70 f 2,8 a 28 mm indi 24, con gli zoom 3,5 / 4,5 ci si appunto abbassati a 24.

Che non sono proprio 24.

Dopo la correzione in macchina o via software, intendo.

Perchè la distorsione a barilotto ab origine è pesante, e correggerla reca il prezzo di una frazione di grado in meno nell’angolo di campo e una diminuzione della risoluzione.

Per fortuna che almeno il comportamento è lineare traverso il fotogramma.

Che poi, anche i fratelloni più aperti soffrono, a questa focale.

Per lo meno, a 26 mm i miglioramenti sono già percepibili, e a 28 si può cominciare a definire dritte le linee.

Loro non si offendono, anche perchè c’è del vero.

Perchè mi soffermo sulla serie 3,5 / 4,5?

Perchè sono al terzo esemplare.

Il primo mi è caduto da una roccia a picco su di un torrente di montagna.

Era il moderno 24 85 G (ovvero senza ghiera dei diaframmi), anche se non ancora VR.

Annegato, e successivamente smembrato.

Così’ sono temporalmente retrocesso all’AFD, nella declinazione 28 105.

Caduto direttamente dalle mie mani, notoriamente plasmate dal pasticciere.

Uno sbrego nel bordo superiore, che lascia penetrare luce parassita quando si monta un filtro a densità neutra, anche se solo in lunghe esposizioni diurne.

Epperciò, ora sono al VR.

Sensazione tattile del godronato, anche se non sono d’essa feticista.

Due elementi asferici in più rispetto al primo posseduto, questo invece m’interessa.

Un diametro/filtri di gradita compatibilità completa il quadro.

Perchè mi sto dilungando su queste lenti di fascia medio/bassa?

Perchè la faccenda del basso torna tre volte.

La prima quando l’abitante dell’Isola di Pentecoste si è buttato giù, in basso.

Era un rito d’iniziazione, buttandosi senza defungere lo ha superato.

La seconda è che già due miei 3,5 / 4,5 sono caduti anche loro in basso, danneggiandosi.

E allora?

Allora merito una medaglia al valore militare.

Per la prima volta, almeno.

Se si effettuano cento volte sessioni di tre ore consecutive in un torrente di montagna, prima o poi qualcosa succede.

E’ la faccenda del chi non risica non rosica, per la precisione.

Così ci vorrebbe un Naghol anche per i fotografi:
se non hai spaccato qualcosa della tua attrezzatura almeno dieci volte, non sei degno d’aderire al consesso.

Se Ti sei risparmiato, non hai addentato abbastanza.

Siamo arrivati alla terza accezione del termine basso.

Fascia medio / bassa, ricordate?

Lungi da me non apprezzare la nitidezza.

Ci muoio dietro, a queste cose qua.

Ho avuto due 300 mm f2,8 del marchio giallo, e li ho sensualmente goduti.

Epperò, giova contestualizzare.

Ed occorre studiare.

Pagato concettuale pedaggio al sacro dogma che molti fattori diversi concorrono ad esprimere la personalità di un obiettivo, e alcune di queste preziosità tendono a frugare più a fondo nel borsellino, non è inessenziale riflettere sul cosa e come.

Ho sempre mandato a memoria i grafici MTF di ogni obiettivo che ho posseduto.

I rispettivi valori a ogni singolo diaframma e – se del caso – focale.

E anche le colonnine delle prestazioni al centro, ai bordi, ai bordi estremi (angoli).

E quando la distorsione si attenua o cambia di segno (da barilotto a cuscinetto).

E chiudendo a quale diaframma la vignettatura diminuisce.

E qual’è l’incidenza del purple fringing ed in quali condizioni.

E l’entità della perdita di contrasto al variare della posizione rispetto alle fonti luminose.

Un sacco di roba, tutta utile.

Perchè così si mette il come nel cosa.

Il cosa è dove si va.

A ritrarre paesaggi con la macchina su stativo.

Ecco, così possiamo indirizzare il come, anche senza avere un fisso iperaperto e pluristellato.

Il come è scegliere quello che gl’inglesi chiamano lo “sweet spot”.

In tema di diaframmi, quello di migliore resa in relazione a quanto suesposto.

Ecco, a queste condizioni anche un fascia medio / bassa si può comportare gagliardamente.

Intuitivamente, però, non è consentito cavare sangue dalle rape.

Dunque, così non fan tutte parafrasando Mozart e menzionando Ryuichi Watanabe, che potrebbe illustrarvi la cosa cantando.

Ecco, un obiettivo per essere posseduto va prima corteggiato.

E dopo corteggiato va posseduto senza risparmio, sempre che la lente ricambi l’ardore.

In questo brano abbiamo ondeggiato tra proverbi.

Il rosicare, e il sangue delle rape.

Eccomunque, questi sono meri prerequisiti.

Perchè se la mente ed il cuore danzano di fervoroso accordo, anche da rape qualcosa di vitale può sgorgare.

 

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Claudio Trezzani

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