Tra intenzione ed espressione

La fotografia allegata a questo brano è stata pubblicata negli anni settanta con finalità pubblicitarie.

L’intenzione non poteva che essere decantare l’efficacia di un trattamento contro la calvizie.

Perché allora l’uomo si mostra meno sereno dopo il trattamento?

Prima d’esso il soggetto appare determinato e vivace, quasi in procinto di parlare.

Dopo, invece, il suo sguardo è velato, l’espressione generale improntata a riflessiva mestizia.

Cosa è accaduto?

Non lo sappiamo.

Certo la progressione suona come la violazione di un ordine: dovevi mostrarti felice dell’esito, e non hai acconciamente atteggiato i muscoli facciali.

Perché?

Forse il modello ha da recriminare di non essere stato remunerato adeguatamente, oppure la sua malinconia si deve ad un etico disappunto per essersi prestato ad una messinscena non veritiera sotto il profilo dell’efficacia procedurale?

Ancora, non lo sappiamo.

Ma un fattore emerge prepotente: la distonia tra intenzione del ritraente e reazione del ritratto.

Circa l’intenzione del ritraente, dobbiamo assumere coincida con quello del committente: il fotografo sarà stato pagato per rendere visibile la bontà del trattamento.

La stonatura espressiva del soggetto apre così un mondo.

Quando fotografiamo una persona non sappiamo cosa pensa.

Possiamo influenzare il suo flusso di coscienza interagendo con lui?

Già, il flusso di coscienza.

È noto come stream of conscioussness perché sono stati gli inglesi a codificarlo nella letteratura, ma per un James Joyce che usa questo procedimento c’è il suo amico Italo Svevo che opera similarmente.

C’é davvero un modo di curiosare nella testa delle persone?

E in fotografia è opportuno farlo?

Sapete, esiste il poligrafo. È quella macchina che registra alcuni parametri vitali mentre si risponde a delle domande, e non si può certo attribuirle infallibilità in ordine a stabilire se il soggetto sta dicendo la verità. Visivamente, invece, si è teorizzato sul cosiddetto “linguaggio del corpo”. L’FBI ha degli esperti nella sua interpretazione. Anche qui, tuttavia, l’affidabilità non è totale. E soprattutto: è riferita a stimoli che si inducono per finalità terze.

Cosa fare allora in fotografia?

In altri termini: conta di più l’universo interiore del ritratto o quello del ritraente? È più producente preservare la spontaneità – nel senso di parziale inconsapevolezza – del primo o l’interazione con il secondo?

Ancora, il flusso di coscienza.

E’ affascinante mettersi di lato e veder germogliare atteggiamenti frutto di pensieri.

Che non sia possibile penetrare questo ultimi, non è necessariamente un limite.

E se l’atteggiamento derivi da un “essere altrove” con la mente del soggetto oppure si origini da una reazione alla presenza o all’azione del fotografo, ciò che conta è catturare l’emozione.

Lasciamo stare Platone, stoici ed epicurei: permettiamo all’umana palpitazione di essere catturata dalla fotocamera,  lirico afflato nella sua divina unicità.

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Claudio Trezzani

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