Termica traslazione

Enzo Biagi aveva incaricato la sua segretaria di segnalargli – leggendo la bozza dei suoi articoli – se aveva ripetuto un aggettivo. Se è cosa da evitare una ridondanza di matrice stilistica, figuriamoci la ripetizione di concetti. Contestualmente è una tautologia, ma anche in brani avvicendati, benché separati, annoia.

Così non starò a riesaminare il significato di metafora ripercorrendone l’etimologia (ma rammento: essa ci aiuta a renderci ragione delle cose). Dunque invece di metafora parlerò di traslazione termica, come da titolo di questo articolo.

La prima fotografia allegata è celeberrima: nel raffigurare una strada con panni stesi e luce radente trasmette un senso di calore.

Consideriamo ora la seconda fotografia allegata: a memoria d’uomo – me omino, per la precisione – non ricordo iconografia altrettanto potente nel restituire una sensazione di freschezza. Considero un genio il pubblicitario che a suo tempo ideò l’approntamento del bicchiere scavato nel ghiaccio: viva ancora in me a distanza di decenni è la percezione che suscitava nei potenziali consumatori del prodotto di riferimento.

Ecco allora la traslazione termica: non la chiamo metafora, ma è comunque – per il caldo o per il freddo – il debordare di un fattore tattile verso un ambito visuale. Siamo a posto così? Non del tutto. Perché quella dei panni è una fotografia, mentre quella del bicchiere è la visualizzazione di uno stratagemma. Che vuol dire?

Che il primo esempio è conchiuso – virtuosamente – in sé stesso; il secondo non gode di azione diretta. Non ne beneficia perché il suo scopo non è estetico, bensì subliminale. Stimola l’insorgenza di un bisogno, non rappresenta una necessità di linguaggio e neppure ne esprime opportunità.

È scaturigine di un summovimento anche persistente ed apparentemente profondo, ma non possiede una valenza semantica in sè.

Quel bicchiere avrebbero potuto anche mostrarlo – esso esisteva, era stato fabbricato – senza la mediazione della fotografia, vederlo “da vicino” avrebbe anzi potenziato l’impatto.

La fotografia dei panni, quella no.

Benché di letterale documentazione, essa si sublima con la sua unicità ritrattoria, realizzata una volta per sempre.

Ecco l’inperitura forza della Fotografia: tendere all’astrazione, anche quando non abdica all’illustrazione.

 

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Claudio Trezzani

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