Sotto la pioggia (o delle 5 giornalistiche W).

Sotto la pioggia.

Ora, se V’aggrada, procederemo col noto giochetto del WWWWW.

Vedete, sono due WW in più di quelle dei siti Internet.

Sono 5 perché l’acronimo si scompone in: Who / What / When / Where / Why.

Sì: chi / cosa / quando / dove / perché.

Sì, le regole del giornalismo anglosassone.

Che qui declinamo alla fotografia.

Alla fotografia sotto la pioggia, intendo.

Se me lo consentite, inizio.

  • Chi: il fotografo
  • Cosa: la fotocamera e lo scenario
  • Quando: quando piove, ca va sans dire.
  • Dove: dovunque piova e via sia qualcosa d’interessante da ritrarre.
  • Perchè: perchè chi non risica non rosica.

Altrimenti esplicitato: hai voluto la bicicletta? Ora pedala.

Qualora deteniate una residua dose di pazienza, tornerei indietro, aggiungendo una specificazione.

Chi, sotto la pioggia?

Il fotografo, e non importa nulla che lui si bagni ( vedasi il summetovato rosicare e la summentovata bicicletta).

Cosa, sotto la pioggia?

Qui invece importa, eccome, che la fotocamera non si bagni.

Può bastare, non è necessario che il pentato elenco sia nuovamente ripercorso per intero.

Dunque, l’importanza non tanto di chiamarsi Ernesto, ma quella – sorta di kantiano imperativo – di lasciare asciutta la fotocamera e/o la videocamera.

Siete d’accordo che è meglio prevenire che curare?

Bene, grazie – Vi sento! – d’aver risposto affermativamente.

Ergo: per non bagnare, l’ideale è non bagnare.

Sì, lo so che lo sapete: può essere tropicalizzato sia il corpo macchina che l’obiettivo.

Ma siete sicuri di possedere siffatto abbinamento?

E di quanti anelli O ring (una tautologia, linguisticamente) dispone l’una; di quanti l’altro?

E quanto sono vecchi, i summenzionati anelli?

Più ancora: quanto tempo resistono sotto la pioggia battente?

Per il presente – eccolo nel primo filmato – caso Vi traggo dall’imbarazzo: una consecutiva ora e mezza.

Oh, mica li ho messi alla prova, i succitati anelli.

C’erano, ma ho risparmiato loro l’onore e l’onore di mostrare il proprio valore.

Come hai fatto, opportunamente chiederete?

Avevo un ombrello.

Non su di me – qui si torna al discorso rosicare/ bicicletta – ma sopra la fotocamera, che era su stativo issata.

Conta niente, noi fotografi, che ci bagnamo.

Io alla fine avevo pantaloni quasi da buttare, oltretutto ero seduta su di una scivolosa roccia.

Ma la fotocamera, quella sì che era protetta.

Dall’ombrello, come dicevo.

Avvertenza prima, d’intuitiva acquisizione: più la focale è lunga, più l’ombrello potrà essere vicino senza interferire nell’inquadratura.

Proteggendo meglio, così.

Avvertenza seconda, qui siamo addirittura al Marchese De La Palisse: che l’ombrello introduca una dominante cromatica – il mio era rosso – non conta poiché non è la fotocamera istessa l’oggetto di ritrazione.

E così un’ora e mezza di riprese condensate nei cinquanta secondi del secondo filmato.

A macchina preservata, non altrettanto il fotografo.

Ma piace farlo, il connubio è tra attesa del risultato e capacità di sopportazione.

Ecco la vera risposta al quinto W della tradizione giornalistica anglosassone: il Why?.

Se preferite, il perché.

Dovrebbero istituirlo come come test attitudinale, sulla falsariga di quello per i Marines.

Ma non solo il Minnesota Test (così lo chiamano oltreoceano): dopo le domande, la prova sul campo.

Non con la zavorra sulla schiena, ma stare fermi sotto la pioggia mentre si fotografa e/o filma.

Per quanto tempo?

Sì, l’avete già letto: almeno un’ora e mezza, solo così sarete ammessi al Corpo, con il corpo.

 

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Claudio Trezzani

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