A me interessa il sotto.
Del dittico, intendo.
Cheppoi, qui non ci sono cerniere o tavolette.
Epperò dittico è, per congiunto interdipendente accostamento.
Ma non soverchiamente mi curo – carta in stampata carta – della barchetta / colomba infilata su laterale laccio, là sopra.
No, io vado sotto.
Non senza indossare mascherina, epperò.
D’accordo, il tubo di scappamento lo sto osservando da sopra.
Sono in piedi presso il retro di questa automobile.
Vicino al lunotto, guardo i gas di scarico scompostamente fuoriuscire.
È una cosa che ancora fanno gli americani.
Sapete, non hanno del tutto metabolizzato il concetto di start & stop.
Non si curano tanto del prezzo al gallone, lasciano acceso il motore anche da fermi.
Ma io ho la mascherina, dicevo.
Che m’ottunde nu pocu il cervello, e tuttavia.
Perché quello non è un tubo di scappamento.
E’ un bicchiere, ed invece.
Però c’è una cosa che siete Voi a non aver capito.
Quanto dico Tubo non mi riferisco a quello che lapalissianamente lo è.
A quello che nasce verticale e dopo zigrinata curva si sviluppa orizzontalmente.
Troppo evidente quello.
Quello lo si può eccomunque traslitterare, e dire che è beccuccio di macchina del caffè.
Che versa nel bicchiere, oppure è cannuccia per aspirare, nel bicchiere.
Ah ecco, ci siamo: quello è un bicchiere.
No, Vi sto conducendo su di una falsa pista.
Anche a Vania Buono – autrice della fotografia – non piacerebbe percorrere quel sentiero.
Perché a Vania non interessa la volgare evidenza della letteralità.
Lascia aperta la porta, Vania.
Ben per questo che ho individuato un tubo di scappamento visto dall’alto.
Negando la sua endogena essenza di bicchiere, intendo.
E giungendo ad affermare che il vero scappamento è quello, mica quello sottile e lungo che procede da sinistra.
Cheppoi, quello lì non procede, invece adagiandosi sopra muro.
Ah già, muro.
Muro con sopra colline.
No, non discostiamoci dalla primigenia versione, qualora Ve ne punga vaghezza.
Lasciamo pure che la cameriera s’allontani con l’ordinazione, sopra.
Sotto, è territorio mio, anzi Vostro.
Siamo in un parcheggio, il terreno è erboso, davanti.
E noi stiamo guardando da sopra, zenitalmente.
Vedendo il grande scappamento – macchina potente, quella lì – eruttare veneficità poco sopra il suolo.
Eppazienza per lo spoiler posteriore della vettura grigio non metallizzato, se la carrozzeria si macchierà di condensa.
Poi l’emissione sparirà, e la cameriera sopra vaporosamente s’involerà.
Sì, sparirà dalla tendata candida onirica porta alla sua sinistra, lassù.
Ecco, allora è davvero un dittico.
Per il finale ruolo del lassù, intendo.
Ma a me interessa il quaggiù, qui.
Lo scappamento di Vania.
Ma quello che è bicchiere, mica quello che è dichiarato tubo.
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Claudio Trezzani
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