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Ricordando Giacomelli

Pochi giorni fa l’eccellente Ryuichi Watanabe esprimeva – in un post su social network –  l’idea che  il celebre fotografo Mario Giacomelli avrebbe trovato il drone congegnale al suo linguaggio.

Sono anch’io di questo avviso. Anzi,  all’epoca del mio acquisto di drone, costituiva uno dei motivi principali circa l’utilizzo che intendevo farne.
Tra le possibilità, prendiamo in considerazione l’inquadratura fotografica zenitale. Indi finalizziamo tale prassi alla ricerca di grafismi che conferiscano un sapore astratto all’immagine. Infine, restringiamo il campo d’indagine alla vegetazione e al lavoro dell’uomo su di essa.
Un presupposto assai interessante – ma che verificheremo –  è il seguente: la minore (rispetto all’inquadratura frontale) stratificazione di piani della visione zenitale dovrebbe garantire una maggiore “pulizia” alla fotografia, che deriverebbe dalla minore presenza di elementi di disturbo, e conferirebbe una maggiore coesione e valenza minimale alla realizzazione.
Subito chiarisco, ricorrendo ad un esempio: siamo in campagna, guardiamo davanti a noi. Registriamo un primo piano costituito da un cespuglio, un secondo dato da filo e palo della luce, un terzo da un trattore, un quarto da un albero, un quinto da una seconda cortina di alberi, un sesto da una cascina, un  settimo dalla sagoma defilata di un campanile lontano, un ottavo dal profilo lontano dei monti, e così via. Ecco cosa intendevo definendo la stratificazione dei piani.
Senza spostarci da dove siamo, facciamo ora decollare un drone. Portiamo la camera integrata in posizione zenitale e osserviamo la scena riprodotta: primo piano la nostra testa, secondo piano e sfondo la superficie del campo. Null’altro, nessuna ulteriore stratificazione. Ora spostiamo lateralmente il drone, e cosa vediamo? Null’altro che un campo, un solo piano. Eleviamo il drone senza spostarlo orizzontalmente. A questo punto il campo si arricchisce della visione dall’alto della chioma di un albero. Un campo ed un albero: ora abbiamo materiale per lavorare a lungo, esplorando le infinite possibilità di dialogo geometrico tra questi due elementi dell’immagine, cambiando l’inquadratura con calibrati spostamenti sia verticali che orizzontali. Ore dopo, spostiamoci sopra un campo vicino. Non c’è niente, solo terra. Un momento, però: ci sono i segni dell’aratro. Questo apre un ulteriore mondo di intriganti possibilità. Sotto al drone si dispiega un intricato arazzo costituito dai solchi, possiamo procedere come prima con l’albero e il campo, operando variegate scelte d’isolazione. Però, ora che guardiamo meglio notiamo che l’andamento delle linee non sempre segue un andamento da noi desiderato, che in quel punto lì una leggera divergenza guasta il disegno che intendavamo isolare, che in quel punto là il fosso a margine spezza un motivo che consideravamo irrinunciabile far proseguire per un determinato tratto, e così via.
Tutto ciò per dire che sebbene la tendenziale minor stratificazione di piani della visione zenitale rispetto a quella frontale sembra promettere una virtuosa semplificazione del tratto, alla prova dei fatti non è così frequente come si potrebbe immaginare imbattersi in combinazioni significative sotto il profilo fotografico.
E  ricordate: anche quando gli elementi paiono giocare a nostro favore, bastano pochi millimetri di differenza per trasformare una foto potente da una insignificante.
Nella prossima puntata tratterò l’influenza – notevole – delle diverse focali nel succitato ambito.
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Claudio Trezzani
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