Realizzare, non subire

A questo articolo – in via del tutto eccezionale – non è allegata alcuna fotografia, e presto spiegherò il perché.

A corredo di questo brano vi è invece riproduzione della Madonna dell’Umiltà, dipinto da Giovanni Di Paolo nel 1435.

Ne debbo conoscenza a Cristina Marabini, docente all’Accademia di Belle Arti di Urbino e fine divulgatrice, sui così appellati social media, dei più significativi parti artistici.

Curiosamente l’opera risale allo stesso anno durante il quale Leon Battista Alberti pubblica la prima versione del suo ceberrimo “De pictura”, esplicitamente collegandosi agli studi sulla prospettiva lineare geometrica condotti in precedenza da Filippo Brunelleschi.

Le influenze della sua concezione si proiettarono soprattutto nelle generazioni successive, ed infatti in questa coeva opera di Giovanni Di Paolo non se ne notano influssi.

Cosa abbiamo, allora?

Un mirabile esempio di visione piegata ai propri voleri.

Letteralmente – in senso geometrico – “piegata”.

Non indugio in una descrizione puntuale (ne sarei tentato in relazione ad accenni di hortus conclusus), ma rilevo come ogni deformazione prospettica trovi potente rispondenza nell’economia generale simbolica del lavoro, con alternanza di plasticità – una plasticità onirica, non fattuale –  e fissità che gronda segno.

Dunque, Di Paolo ha cavalcato le forme, governandole a suo piacimento.

Un atteggiamento attivo, e foriero di succosi frutti.

Siamo così approdati al motivo per il quale questa sola volta non ho inserito – semel in anno licet insanire – una fotografia in un pezzo destinato alla mia rubrica Crestomazia.

Non l’ho fatto perché avrei dovuto riportare immagini che non fanno onore alla Fotografia.

Succede questo (per fortuna, non ad alto livello): sempre più fotografi e soprattutto videografi (per fortuna, in ambiti ove il core business non è incentrato sulla componente visiva in sè) si avvalgono di obiettivi fish eye per documentare cose.

Si avvalgono?

Meglio dire “subiscono”.

Giovanni Di Paolo è padrone delle sue scelte, mentre i summentovati videografi e fotografi sono schiavi di limiti tecnici che vanno a detrimento delle loro proposizioni.

Ciò avviene poiché il fine dei loro lavori è mostrare eventi con oggettiva fedeltà, che però non è permessa a cagione della deformazione prospettica congenita al tipo di lente utilizzata.

Non è cosa buona e giusta, questa qui.

Ogni linguaggio abbisogna di strumenti appropriati.

Se grammatica e sintassi non fluiscono con armoniosa congruità, l’espressione cessa d’essere tale.

 

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Claudio Trezzani

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