Quella strana petizione

In chiusura di “Droni tra tecnica ed arte” ipotizzavo la pronuncia della seguente frase: “a me non servono i 240 fotogrammi al secondo”.

Mai stata detta, essa, nel corso della Storia dell’Uomo?

In tempi di Echelon e pervasive osservazioni ci sarà pure un filmato da qualche parte del globo terracqueo a testimoniare la sventata asserzione.

Sventata?

Sapete, un giovane mi disse: “non serve il 4K”.

E lo disse un giovane!

Categoria umana che per definizione dovrebbe essere orientata a illuminata ed illuminante facoltà di preconizzazione, sono loro che hanno tanti anni avanti sé.

Ma noi stavamo parlando dei 240 fotogrammi al secondo.

Che è un po’ come quella roba lì che negli anni venti del secolo scorso si diceva che l’automobile aveva ormai raggiunto il massimo grado di sviluppo.

Ecco, i 240 fps servono, eccome.

A tutti, servono.

Tant’è vero che ho stilato una petizione di cui allego frontespizio.

Sì, però non l’ho mandato.

Avrei dovuto, epperò.

Perché sento una ulteriore vocina appropinquarsi: “a me non servono neanche i 120 fps, tuttalpiù i 60 fps, perché non rallento mai a meno dell’80%, ho anche visto apposite tabelle e tavole sinottiche”.

Ah, ecco.

Tu fai girare i video quasi sempre alla velocità originale, così non Ti serve una sovrabbondanza di fotogrammi nell’unità di tempo.

Sovrabbondanza?

Non è tale, purtroppo.

Facciamo pure che non rallentiamo mai, ma facciamo altre nequizie.

Per esempio, la nequizia di accelerare postproduzionalmente, poi gradatamente riportarsi al 100 %.

Qui la parolaccia è: “gradatamente”.

Perché è lì che si vede la sovrabbondanza non essere realmente tale.

Se ci trastulleremo con tante Fuidificanti Cosettine in Resolve, Final Cut o Premiere circa la possibilità di operare variazioni di velocità progressive, noteremo che la disomogeneità di riproduzione è visibile non solo rallentando, ma anche accelerando e poi “riatterrando” (siamo tra droni, del resto…) al 100 % della primigenia scansione.

Epperciò: i 240 fps servono  plurimi frangenti, insospettabili ai più.

Più in generale: si tratta di avere maggior “room” (come direbbe un inglese, e nella presente accezione non significa “stanza”) per le cose.

E’ cioè necessario serbare un margine che metta al riparo da forzature, nell’elaborazione.

La medesima cosa che mi fa dire – con provocazione solo apparente – che cento milioni di pixels in un sensore non sono poi così tanti, se si suole robustamente tagliare.

O che l’8K non è poi così mirabolante, se si intende dinamicamente navigare entro i fotogrammi.

Ecco, è una questione di futuro.

Lo abiteremo meglio, il futuro, riflettendo di più ora.

 

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Claudio Trezzani

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