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Probabilità, possibilità, volontà

Lo scacchiere che un parcheggio rappresenta. Ordinato quanto a regolare disposizione delle caselle. Questa è una certezza, una immutabile disposizione, salvo dilavazione da intemperie della vernice o iniziale svista dei posatori. Poi subentra l’indeterminabile: l’eterogeneo fluire dei fruitori, scatole di metallo che alternativamente occupano gli assegnati spazi.

Cinque fattori sfuggono al controllo: quante caselle saranno occupate; quando; da cosa; in quale configurazione; con quale rispetto degli spazi. Quanto a quest’ultimo elemento, lo scrittore Mario Soldati – in un parossismo emotivo – si scagliava contro i compagni di convitto (in torinese sede dei gesuiti), i quali trattenendosi in cortile non si disponevano in conformità del piastrellare disegno. La fotografia a corredo di questo brano, ora. Anche al fotografo sfugge il controllo dei succitati elementi: può solo lavorare su ciò che trova.

Escluso il ricorso a carroattrezzi o l’intervento di comparse, al più può giostrare con la collocazione della sua vettura. Ma cosa dire quando il caso s’allea con la fortuna? E cosa rappresenta la fortuna?

In questa fotografia si è ottenuta una composizione desiderata – meglio: desiderabile –  senza averla né causata nè preconcepita. L’interazione tra elementi determina uno scenario succoso: all’opera morta (se mi passate la metafora nautica) dell’impersonale casellario si contrappone l’opera viva costituita dalla disposizione delle quattro vetture. Per sovramercato, contraddistinte dalla binata contrapposizione cromatica: due blu e due rosse.

Ora: che ruolo può avere – quale virtù attribuirsi – il fotografo in una situazione del genere? In altri termini: quanta volontarietà rivendicare? Ad aggravare la situazione concorre un aspetto: il fotografo ha visto la scena durante il viaggio di ritorno a terra del drone. Aveva impostato la prospettiva zenitale al solo fine di sincerarsi che il velivolo atterrasse nell’area prevista, ovvero predeterminata.

Così, è una immagine che si è trovata pronta senza averla nemmeno sospettata. Il caso ha lavorato per lui, gli ha offerto una disposizione degli elementi interessanti rispetto ad una astrazione vagheggiata ma non antecercata.

Certo, in postproduzione il fotografo ha meglio isolato la composizione grafica, e del resto a sua parziale discolpa – scrivo, in ciceroniana guisa, pro domo mea – egli si è avveduto della potenzialità scenica in fase avvicinatoria, e ha interrotto la discesa del drone più volte per effettuare scatti. Ma nulla è da ascrivere a sua imperitura gloria circa la realizzazione della scena, cui egli stesso è stato inconsapevole – questa la parola chiave – coautore: quando ho parcheggiato l’automobile, una tra di esse è la mia.

Qui la dicotomia è tra il fare e il vedere: quanto vale il predisporre e quanto il concludere fissando. Non come nel cinema: il costumista, il truccatore, chi predispone il binario a terra, chi le luci, lo sceneggiatore, il regista. Tutta volontarietà in più, ergo pregio. Ma il vedere va analizzato. Più appropriato è parlare di intravedere, nel suo significato etimologico. Vedere attraverso. Immaginare altro, trasfigurando. È concentrata lì, la volontà. Il fotografo può patire un cruccio, quando si paragona ad un pittore: il suo fare è relegato all’atto finale, non un fieri che si esplica in una progressiva nascita.

Ecco allora il suo apporto concentrarsi nella percezione e nell’attimo: provare, interpretare, scegliere.

Ci sia solenne – ci induca al rigore – il momento di includere od escludere:  questo il nostro ruolo, il margine di intervento. Il momento che separa l’insignificanza dalla volontaria espressione.

 

 

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Claudio Trezzani

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