Ovunque, carne

Bernini fa palpeggiare Persefone.

La carne, rimodellandosi, ad un tempo cede e resiste all’artigliante ghermizione della mano.

Carne?

È una scultura.

Sapete, chi della pittura riconosce grammatica ma non scorge sintassi argomenterebbe che gli autori migliori sono gl’iperealisti poiché in essi l’illusione della tangibilità non raggiunta da metafora è maggiore.

A noi però qui interessa un filo conduttore.

Che è la carne / non carne.

Lo è l’opera del Bernini.

Lo è il palpitante dipinto di Vittorio Trimarchi.

Che titola: andamento sinuoso, a salienze e rientranze alternate, increspato, mosso.

E di un’altra sua opera: stasi.

Sì, la materia è viva.

Può animarsi o tacere a volontà.

Può esprimere erotismo in una totale amorficità di sembiante, ovvero suscitare carnale eccitazione senza vi sia alcun rimando a corpi.

Materia viva sia per turgidità di tratto e cromie, sia per autonomia linguistica conquistata mercè espressività.

Siamo approdati alla fotografia di Gregory Prescott.

Mirabile anch’essa.

Ed è la meno carnale del trio, pur essendolo con vigoroso impeto.

Come esplicitare la contraddizione?

Perché sì, prorompe una fisicità che rende ogni rilievo un universo.

E sì, vi è dietro un animo combattuto tra intenzione di compostezza e divino indagatore stupore.

Ma allo stesso tempo i summentovati rilievi resi microcosmi parlano un idioma astratto.

Non appartengono più al corpo, narrano ciascuno una storia aperta ad avulsione.

Sì, aperta ad avulsione.

Le simmetriche osse sotto al collo bastano a sè stesse.

Sono una scultura, come quella di Bernini.

O un dipinto, come quello di Trimarchi.

Ogni cosa ruota, sfugge ma alfine, quietata si ricongiunge.

È il respiro del mondo, ovunque si posa e benedice.

 

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Claudio Trezzani

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