Oltre la retorica

“Arma la prora e salpa verso il mondo”.

La frase è di Gabriele D’Annunzio e Alberto Del Monte, autore dell’autorevole testo “Retorica, stilistica, versificazione” lo porta ad esempio di sineddoche.

Retorica? Sineddoche?

Comunemente si conosce solo l’accezione dispregiativa del lemma “retorica”, quale sinonimo di vuota ampollosità.

La retorica propriamente intesa, invece, è l’arte oratoria volta ad efficacemente persuadere.

E la sineddoche è, tra gli altri espedienti linguistici che può esprimere, il nominare la parte per il tutto.

In questo caso, “prora” invece di “nave”.

Le due fotografie a corredo di questo brano sono due esempi di sineddoche.

Con una avvertenza, però.

Mi sono più volte occupato del rapporto che, in Fotografia, intercorre tra l’istanza documentaria e l’intento/esito astratto.

Vi può essere coesistenza diversamente pesata tra i due aspetti, sino a riduzione a pressoché nullità di uno dei due.

Nel caso delle due immagini allegate a questo articolo la peculiarità consiste nel fatto che conducono altrove pur senza contenere “meno” della totalità di cui sono porzione.

In questo senso: l’immagine complessiva, se rivelata, non conterrebbe elementi diversi o aggiuntivi rispetto all’inquadratura parziale.

Di una porta, si può omettere un riquadro di finestra.

Di un martello, non mostrare la parte percussiva.

Qui invece, se lo sguardo potesse esorbitare i confini dati, non si scorgerebbe altro che materia dello stesso tipo.

Una estensione di vetroresina, un prolungamento del tessuto.

Non è una questione di intellegibilità del significato letterale: già così si intuisce l’accostamento di canoe e la porzione di mongolfiera.

Chi guarda conosce già la derivazione, ma viene indotto a non curarsene.

Si evita la volgarità di una evidenza – già plausibilmente congetturata – da cui si preferisce prescindere.

È un oblio controllato: simulato per non interferire con l’immaginazione.

Così ci si può occupare di forme e colori senza prosaici condizionamenti.

Prosaici?

Poch’anzi ho definito “volgare” l’evidenza.

Ecco, sì: mettersi davanti a quelle canoe o a quella mongolfiera e comprenderle tutte non raggiunge il reame del linguaggio.

E se lo lambisce per mera rappresentazione, non è canto.

La lirica, è nelle pieghe.

Nelle pieghe assurte a segno.

Potente segno, affrancato da ancillarità costruzionale.

Non più cose che concorrono a fare una cosa.

No, ora hanno acquistato autonomia.

Quella stessa che chi guarda, gioiosamente s’assume.

 

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Claudio Trezzani

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