Oltre Aristotele, l’Altrove Fotografico

In “Scambio sensoriale” trattavo l’interazione tra l’osservazione visiva e la contestuale presenza di stimoli di differente natura, eminentemente acustica.

Tipicamente, citavo il caso in cui mentre guidando una automobile – e perciò vedendo “scorrere” il paesaggio – si ascolta musica, è come si assistesse ad un film.

Ma cosa è avvenuto, per categorie di pensiero?

Si è inconsapevolmente rinnegato ciò che Aristotele teorizzava come unità di tempo, luogo ed azione.

Concezione già vistosamente sconfessata da Shakespeare, ma non è ciò che importa direttamente.

Non importa direttamente perché tale impostazione era relativa alla rappresentazione scenica.

Nel caso dell’automobile, invece, ciò che scatena una ondata emozionale è che si è portato Un Altrove nella situazione corrente.

Si stava vivendo un hic et nunc, ed un elemento alieno si è prepotentemente inserito nella percezione.

La musica in quel momento udita viene da un altro tempo, luogo, azione.

E’ una coevità forzata che genera un supplemento interattivo d’emozione.

Si è portato un altrove in un attimo in cui la condizione propria era in dinamico divenire mercè il moto.

E quando si rimira una fotografia?

La Fotografia porta altrove con un altrove per antonomasia.

Sì, porta altrove con un altrove.

Sì è in un posto, in condizione di relativa quiete.

Sì guarda una fotografia, che il il frutto di un altrove.

Quello che si vede non coincide con dove si è.

Ed è opera altrui, in altro tempo realizzata.

Non si è, nella fattispecie, davanti all’autobus ritratto da Igor Kryukov.

Quanta potenza nello sguardo del passeggero, a dispetto del decentramento!

Uno squarcio d’umanità nell’impassibile cadenza del manufatto che lo contiene.

E’ un grafismo di solida espressività e carnale metallico balenio, e tuttavia s’arrende al viso che guarda noi spettatori.

Preparato da morbide cortine, la luce che cornicia mezzo volto fa esplodere l’occhio del viandante motorizzato.

Una magistrale interpretazione, tale è anche l’apporto del fotografo.

L’immagine di Philippe Sauvadon, ora.

Che conduce a chiedersi: quanti altrove può recare una fotografia?

Più d’uno, come qui s’evince.

L’orologio, la forbice, il supporto appeso, il palloncino, il manichino.

Ciascuno d’essi è un altrove virtuosamente forzato a temporale coesistenza.

Coesistenza compositiva, beninteso.

Philippe ha pescato, tratto, combinato, concertato.

Una prova assai pregevole, con l’eleganza quale cifra stilistica felicemente condivisa dallo sfondo.

Ecco allora la Fotografia: portare l’altrove.

Condensare in un attimo vite di fuori, con pregno lirico afflato.

 

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Claudio Trezzani

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