Non solo usanza

Mai vista una sontuosa dimora d’oltreoceano?

In filmati, io, molte volte.

Accostiamoci ora alla vetrata panoramica, se c’è.

Facciamo giusto un passo indietro.

Cosa abbiamo trovato?

Un telescopio binoculare issato su stativo.

Da loro, da decenni, è di moda averlo e metterlo lì.

Per più d’un insensibile, nulla più di un soprammobile.

Perché, insensibile?

Perché chi ce l’ha  per conformistica ostentazione, potrebbe non usarlo.

E si perderebbe un mondo, letteralmente.

Anzi, due.

Due come  le condizioni necessarie a che l’alchimia si produca.

Essere in alto, ed ingrandire.

Molto dell’uno e dell’altro.

Cosa si guadagna?

Una appagante sensazione di relatività spirituale.

Formicando (con la “m”, beninteso…) per le strade, la visione non è a portata.

Una volta su, non si è più formiche.

Dismesso il ruolo di inconsapevoli comparse, possiamo concentrarci sulla mediazione visiva che abbiamo innanzi.

Mediazione, perché l’ingrandimento è reso possibile da lenti.

Così, se il cielo è terso, vediamo cose che erano sempre lì  ma che da giù e ad occhio sprovvisto di protesi per noi era come non ci fossero.

Vertigine logica e sensoriale

E adesso vi dico una cosa di un collega dell’eccellente Gerardo Bonomo.

Un collega di firma sul periodico specializzato Tutti Fotografi.

Il compianto Ando Giraldi.

Sapete cosa ha fatto una volta?

Il direttore della rivista è andato a trovarlo e lui lo ha fotografato per un intero rollino.

Solo che, dentro, non c’era, il rollino.

Cosa ha voluto dimostrare il geniale Ando?

Meglio abbeverarsi di nuovo alle parole che spese sull’argomento.

Ma aleggia ancora la relatività spirituale.

E adesso ve ne dico una seconda, di cosa.

Alcuni telescopi binoculari – e anche alcuni comuni binocoli da brandeggiare a mano – cominciano ad avere una fotocamera integrata.

Tema esteso e proteiforme, questo qui.

Basta una volta, od è meglio rivivere?

Potremmo cavarcela con la faccenda del diverso tipo di fruizione.

Il fotografo non si accontenta di guardare, lo sbirciatore occasionale non chiede altro.

Per l’ornitologo, l’etologo, il naturalista l’esigenza è invece di un appunto visivo, o di una annotazione vergata.

Consideriamo che il summentovato dispositivo è in casa dell’utilizzatore.

Ciò cosa comporta?

Che l’inquadratura è delimitata.

Che l’inquadratura è nota.

Che l’inquadratura è disponibile già con volontà debole.

Con volontà debole?

Debole e forte allo stesso tempo.

Debole perché il conseguimento non richiede sforzo.

Forte perché rinnovare l’incantamento è proprio di chi coltiva spessore.

Sapete, in un celebrato romanzo il padre dice alla figlia: “In vacanza Ti annoi perché non hai vita interiore”.

Be’, apparentemente non c’entrerebbe: se uno si guarda dentro non gli serve guardare fuori.

Ennò, sta qui l’inghippo!

Un desiderio che brucia dentro anela librarsi.

Sì, librarsi.

No, non farsi libro.

Uscire fuori, piuttosto.

Uscire, e prendere il volo.

Ecco perché il medico prescrive in ricetta un telescopio binoculare issato su stativo a chiunque possegga una terrazza panoramica.

Che ci si delizi con la sola retina oppure si faccia ricorso ad un supporto sensibile meno temporaneo, ogni volta è la prima volta, nell’accostarsi a questo tipo di scenari.

Ogni volta proiettati in un altrove che si finge non tale.

Ogni volta capaci di rinnovare lo stuporoso incantamento.

NB: la fotografia a corredo di questo brano, da me a suo tempo realizzata, è tanto orribile quanto insignificante.

Ma esemplifica che anche in una confusa ed inorganica congerie di elementi, il desiderio umano possa esplicarsi nel propriettare la ricerca in un altrove tanto vagheggiato quanto attinto.

 

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Claudio Trezzani

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