San Leo – Provincia di Agrigento – i bagnini sanno cosa significa “aster”, sennò non gli avrebbero dedicato uno stabilimento balneare.
Del resto proviene foneticamente pari pari dall’ellenico ἀστήρ.
Già, ellenico, greco.
Gianfranco Jannuzzo pertinentemente si dichiara orgoglioso discendere dai greci, per quanto essi apportarono alla Sicilia.
Forse i bagnini di San Leo avranno visto una stella caduta in mare davanti allo stabilimento, da cui il letterale nome.
Gianfranco, epperò, nel ’79 non si volse al mare.
Gli diede le spalle, per concentrarsi sulla dirimpettaia stazione veicolare.
Non disgiuntamente dai fichi d’india in cesto.
Sapete, esistono ancora, i fichi d’india.
Provate a metterli in cesto ed andare in giro, e tuttavia!
Se con cotale bagaglio andate in aeroporto, Vi contesteranno che non si può trasportare merce deperibile.
Non così, allora.
Per certi non onomatopeici versi, tutto più semplice, allora.
E più sapido, mi vien d’osservare.
Figure nette, scavate nella sofferenza degli stenti.
Il commerciante di fichi, e la donna che s’appoggia a finestra.
Già, finestre.
Oggi si salvano più le finestre, che gli umani.
Mi riferisco all’altra immagine.
Già l’anglosassone idioma (“your credit card”, sul muro) svilisce per linguistica estraneità.
Eppoi, la plastica delle persone.
Sì, la plastica delle persone.
Se la massaia e il venditore di fichi sono ferro – nonché nella pietra intagliati – le persone di adesso sono di plastica.
Tutti al telefonino, tranne il reggitore di biglietto, lo stesso “ticket” nominato nel manifesto alle sue spalle.
Tutti come in un augiano non luogo, ma è un non luogo altro dall’effettivo luogo.
Nel senso che: Marc Augé definiva “non luoghi” quei posti caratterizzati da impersonale uniformità arredativa.
Come le stazioni ferroviarie, e la presente pensilina rientra nella definizione.
Epperò quello era il luogo ospitante, non la psiche delle persone.
Certo, m’affretto specificare: ogni persona, anche oggi, è un universo d’inestimabile valore.
Il che eccomunque non storna del tutto da me l’impressione che oggi i giovani siano connotati da una certo tasso di plasticosità dell’essere.
Incertezza del futuro, caduta dei valori, quel genere di cose.
Cosa ci salva, allora?
Le finestre, forse.
Una coll’erba dentro.
Le altre con un’ombra – minoritaria, ma netta – entro cornice.
Astratta, perentoria, icasticamente dechirichiana, l’ombra.
Grazie anche di questo, Gianfranco Jannuzzo.
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Claudio Trezzani
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