Neutralità e Scelta

Cosa determina un mutamento di scenario, brandendo una fotocamera?

1) Il transito di entità semoventi.

2) Lo spostamento.

Il primo caso si verifica quando persone, animali o cose modificano dinamicamente il contenuto dell’inquadratura.

Il secondo allorché il movimento del braccio (e/o del polso) che brandeggia il dispositivo di ritrazione ruota, oppure quando gli arti inferiori entrano in funzione. Se poi il fotografo si colloca a bordo di un veicolo, la velocità dello spostamento determina ipso facto una più rapida variazione dello scenario. Cambiamento che avviene con proteiformità accentuata ove si combini con il fattore descritto nel punto 1), ma che si attua anche se forze dinamiche esterne al mezzo di spostamento non intervengono.

È questo il caso che trattiamo qui.

Alba, non c’è nessuno.

Una automobile incede.

Sul parabrezza è posta una videocamera che registra senza soluzione di continuità.
Il guidatore – è questo un punto rilevante – è avulso dalla cattura in fieri del dispositivo (e non c’è nessun altro a bordo).

Egli ha semplicemente ricevuto l’ordine di guidare con la massima fluidità possibile su di un percorso prestabilito.

La situazione è dunque neutrale, rispetto alla ritrazione.

Se vi è un intervento ideativo, esso è a monte, non contestuale alla cattura d’immagini: la decisione del regista di effettuare un filmato così “imparziale”.

In queste condizioni, sotto il profilo dell’apporto attivo di un ritrattore, non vi è differenza rispetto ad una telecamera di videosorveglianza: non c’è nessuno che partecipi o influenzi la iconografica ricezione.

Una volta realizzato, il filmato è offerto al vaglio di coloro cheo guardano. Essi possono decidere se riprodurre il flusso così come è stato recepito, se visionarne solo porzioni, se fermarsi.

Ecco, se fermarsi.

Già l’atto di “mettere in pausa” il video è pregnante: chi vede ha scelto.

Se poi egli decide di ricavarne un fermo/immagine diviene il fotografo.

Si, diviene il fotografo.

D’accordo, è certo una condizione marcatamente limitativa non essere stato presente sul luogo della ritrazione.

Lo è perché la più ampia consapevolezza sensoriale avrebbe potuto indurre ad operare scelte differenti.

Ma qui stiamo parlando di una videocamera fissa, momentaneamente inattingibile.

Così, essere lì o no non fa differenza.

E dove ha sostato, il fotografo a posteriori?

Be’, in un punto ove dietro l’apparente banalità e consuetudinarietà dello scenario è racchiuso uno  denso spaccato sociologico.

Perché?

Quello che vediamo è un ponte pedonale che sovrasta una strada, nello stato del Mississippi.

Come è fatto il ponte?

Si è ritenuto impiegare, nella costruzione, più denaro di quanto sarebbe stato strettamente necessario onde assicurare ai transitanti una pendenza di accesso lieve. Tre pianerottoli quando ne sarebbero bastati due.

Cosa ci dice questo?

Tra ipotesi contrastanti e oggettive realtà: che è una società ricca, che ha cura della collettività, che lì la gente non è motoriamente vivace. Altalenanti cifre espressive complessivamente intonate alla positività.

Ma ora scendiamo dal ponte ed esaminiamone la collocazione.

Cosa se ne deduce?

Un certo tasso di alienazione: il pedone è corpo estraneo rispetto al minaccioso transito di scatole metalliche, chi passa di lì al loro interno è come sospeso dalla realtà che attraversa, l’individuo – quello appiedato – ad un tempo soccombe (per un pelo sottratto alla ferocia meccanica) ed è fatto oggetto di attenzione (si sa il contesto ostile, lo si preserva).

Ecco, estrapolare dal flusso.

Non è determinante come si addivenga tecnicamente al risultato.

Ma l’atto è potente, e si chiama Fotografia.

Scegliere, e per sempre.

 

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Claudio Trezzani

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